Verità e giustizia: temi della tavola rotonda

Verità e giustizia nel Giorno della civetta

« “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.”

[…] “Lei ha aiutato molti uomini” disse il capitano “a trovare la verità in fondo a un pozzo.”

Il brano su citato è tratto dal Giorno della civetta e fa parte del dialogo tra don Mariano, il boss mafioso, e il capitano dei carabinieri Bellodi che lo sta sottoponendo a un duro interrogatorio.

La relativistica e pirandelliana affermazione di don Mariano sulla verità (che non esiste e non si può raggiungere) va considerata in quanto parte della testimonianza di un mafioso: come componente ed espressione di un atteggiamento di reticente negazione della verità giudiziaria e, più in generale di qualsiasi verità (per tagliare corto all’interrogatorio e a qualsiasi discussione). L’affermazione è ispirata, dunque, a una sorta di giustificazione ideologico-culturale, sul piano del sentire comune (tanto più se siciliano), di un atteggiamento omertoso.

Omertosa è l’intenzione e la prospettiva mafiosa di don Mariano che parla anche con un vago, ma riconoscibile, proposito intimidatorio che Bellodi coglie, come dimostra la sua risposta che allude all’eliminazione, da parte della mafia, di persone informate dei fatti e depositarie di verità nascoste: testimoni di giustizia, possibili testimoni, inquirenti scomodi e ostinati.

Bellodi stesso viene “eliminato”. Non ucciso ma allontanato grazie al provvidenziale intervento di un politico legato alla mafia, una sorta di Conte zio di quei Promessi sposi che per Sciascia fotografano ancora oggi tanti aspetti di una situazione italiana immutata (quando, talora, non immutabile).

Il confronto tra Bellodi e don Mariano è il momento clou del romanzo e della sua trasposizione teatrale. Il passo citato segue di poco quello della celeberrima divisione dell’umanità in cinque categorie: gli uomini, pochi, e via via, in giù, fino alla sterminata moltitudine dei quaquaraquà. A quelle battute di don Mariano, nelle rappresentazioni della prima messinscena in Sicilia, venivano giù i teatri dagli applausi. Si trattava, in un certo senso e in una certa misura, di applausi “conniventi”. Ma non solo di questo.

Certamente la legge morale di don Mariano è quella, semplice e brutale, della forza. Ma la forza, l’energia, può essere trasformata positivamente. Per Sciascia, don Mariano è «una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà», da combattere e perseguire sul piano giudiziario ma, appunto, da “redimere” ossia (se vogliamo eliminare la connotazione religiosa del termine) da trasformare sul piano sociale e culturale e, quindi, politico. Con una “redenzione”, un recupero che ha riguardato e avrebbe dovuto riguardare, e ancora oggi riguarda, nella storia e nella cronaca, non pochi fenomeni conflittuali della politica e della società italiana.

Tra don Mariano e Bellodi avviene, scrive Sciascia, un «saluto delle armi». Ma essonon implica, da parte di Bellodi, alcun cedimento nei confronti del capoclan della mafia: il capitano ne condivide solamente, da militare ed ex partigiano, un’ideologia dell’onore (da lui declinata in maniera nobile, opposta a quella ignobile del boss) propria dei combattenti. Propria di quel Polemos (di quello spirito combattivo, nelle azioni e nelle idee) sotto il cui segno il critico Claude Ambroise ha raccolto l’opera di Sciascia.

Quel saluto delle armi, con la sua condivisione di una morale tragica ed eroica, agonistica ed antagonistica, non è poi, in definitiva, molto diverso da quello sotteso all’incontro tra il cardinal Federigo e l’Innominato (un esempio riuscito di redenzione, in senso strettamente religioso).

Sciascia dunque, come il suo Bellodi, nonostante l’antagonismo con don Mariano, si riconosce in parte in lui, cogliendone alcuni minimi elementi d’identità tra i quali c’è quella siciliana ideologia dell’onore che in lui è, più nobilmente, senso della dignità umana in tutti i suoi aspetti (e si veda, per questo, Porte aperte, il romanzo nel quale questo aspetto è esemplarmente svolto nel rapporto tra il giudice e l’imputato).

L’affermazione di don Mariano su uomini e quaquaraquà è dunque condivisa, in una certa misura, da Sciascia. Non altrettanto da lui condivisa (anche se bisognerebbe aggiungere: coscientemente e sul piano della volontà) era invece l’affermazione sulla verità, di don Mariano, da cui siamo partiti.

Quando Sciascia scriveva il romanzo, egli credeva nella verità: nella sua esistenza (malgrado gli influssi pirandelliani di cui diremo) e nella sua conoscibilità anche quando qualcuno, ad essa nemico, tenta di nasconderla e imposturarla. Tant’è che Il giorno della civetta è costruito quasi a piani paralleli: da un lato, la ricerca della verità e della giustizia da parte del capitano Bellodi e, dall’altra, i tentativi di ricoprirla, deviarla, imposturarla, da parte dei mafiosi e dei loro protettori politici, sino in Parlamento.

Una recente messinscena del testo, da parte di Fabrizio Catalano, ha teatralizzato questi due piani nella scenografia a piani sovrapposti sui quali, alternativamente, agivano i diversi e antagonistici personaggi .

La ricerca della verità e quella della giustizia sono dunque entrambe presenti nel Giorno della civetta; dove però s’incontrano per dividersi subito: la verità, pur se nota, non porta con sé la giustizia, che è impedita dal potere che assicura l’impunità. Mala tempora currunt per i servitori dello Stato: nell’opera di Sciascia e nella storia italiana degli ultimi decenni.

Tra gli altri, emblematicamente, per quel generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che ricordiamo qui, solo tra tanti altri, in quanto egli disse di riconoscersi nel personaggio del capitano Bellodi (per il quale Sciascia s’ispirò a un ufficiale dei carabinieri operante in quel di Agrigento: Renato Candida, autore anche di un libro sulla mafia che Sciascia recensì).

Trame e misteri del romanzo poliziesco di Sciascia e della realtà in Sicilia e in Italia

La Sicilia e poi l’Italia tutta, dagli anni delle stragi e del terrorismo, dell’affaire Moro e dei depistaggi delle inchieste giudiziarie, è un paese senza verità e senza giustizia.

Intorno alle trame e ai misteri della realtà italiana s’intessono quelle dei singolari romanzi polizieschi sciasciani, sempre più intricati, complessi, senza una soluzione chiara ed univoca, a doppia e plurima verità, pirandelliani, come Il contesto e Todo Modo.

Più volte Sciascia, a metà degli anni Settanta e ancora nel decennio successivo, ironizzava sull’impossibilità del genere letterario del “giallo” classico in Italia, perché in esso il detective è il portatore di una sorta di “Grazia illuminante” della ragione e della verità, mentre in Italia agiva, viceversa, una sorta di “Grazia oscurante” un potere obnubilante che impediva di scorgere la verità ai più e, ai pochi che la vedevano, impediva di trasformarla in verità ufficiale e condivisa.

«Si potrebbe dire di me che ho introdotto il dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco», diceva Sciascia a Marcelle Padovani nel 1979, nel libro-intervista La Sicilia come metafora.

Si era dopo il rapimento e l’uccisione di Moro da parte delle BR che segnarono uno snodo fondamentale e un profondo cambiamento (quasi un rovesciamento, per certi fondamentali versi) nella vita, nel pensiero e nell’opera di Leonardo Sciascia: nel suo atteggiamento politico, nei suoi convincimenti ideologici, nella concezione della sua laicità (sempre più pervasa di crescenti inquietudini religiose), nella sua visione della vita e nella sua scrittura. Visto che, per dirne qui solo una, il Pirandello prima osteggiato diveniva sempre più consapevolmente una delle sue fondamentali fonti d’ispirazione e di lettura di una realtà che per lui, come la verità, si relativizzava sempre più.

La verità dunque non esiste? Ha ragione Pirandello? La realtà è relativa? Aveva dunque ragione don Mariano con la storia dell’apologo della luna nel pozzo, indipendentemente dai suoi intenti mafiosi?

Non tutti i critici e i lettori di Sciascia rispondono nello stesso modo a queste domande, che, peraltro, alcuni nemmeno si pongono, credendo che Sciascia, scrivendo i suoi romanzi polizieschi, sia stato più che altro una sorta di giornalista d’inchiesta, un anticipatore di Roberto Saviano, e non un autore letteratissimo (di formazione rondesca, lettore e critico antesignano di Borges) per quanto, talvolta, impegnato in un genere popolare di scrittura.

Sciascia si confronta non solo con la realtà ma con la letteratura, la quale è sempre e connaturatamente ambigua, poiché in essa il sì convive con il no, in essa il male, anche se negato e combattuto, dev’essere espresso e per essere espresso dev’essere pensato e sentito, vissuto dal di dentro, per come i personaggi che lo esprimono lo sentono e lo pensano e lo vivono. Solo così i personaggi di un grande scrittore, che scrive sempre in faccia all’estremo, al male, storico ed esistenziale da cui non distoglie lo sguardo, sono tali e non caricature o piatte rappresentazioni di edificanti apologhetti di propaganda morale e di fedi ideologiche o religiose.

Ma per tornare ai critici letterari (che meno confondono la letteratura con una semplice trasposizione scritta della realtà): non tutti sono d’accordo sulla progressiva relativizzazione pirandelliana della verità nell’opera di Sciascia, di modo che, secondo costoro, la verità sarebbe non inconoscibile e indicibile di per sé ma solo in quanto, come già detto, imposturata.

Il discorso, qui, sarebbe lungo e noi lo riassumeremo così: Pirandello fu assunto da Sciascia, a partire dalla fine degli anni Settanta, come un laico correttivo antidogmatico del dogmatismo ideologico, utile in una società come quella italiana allora dominata da due opposte fedi, dai dogmi di due opposte Chiese (quella comunista, marxista-leninista, del PCI e quella cattolica e democristiana); ma quando la società, già alla fine degli anni Ottanta, si avviò a divenire quella odierna (che svilisce il relativismo a senso comune di una nuova fede conformista e dogmatica), la credenza e la fiducia sciasciana in una verità conoscibile ritornò.

E Sciascia ritornò, di conseguenza, al romanzo poliziesco ne Il cavaliere e la morte e in Una storia semplice. Due racconti molto simili (disse Sciascia in un libro-intervista a Domenico Porzio intitolato Fuoco all’anima) in quanto «entrambi ruotano intorno al tema dell’impunità».

Dei vari tipi di verità e dei loro fautori

La verità che Sciascia, da cittadino e da intellettuale, ha sempre cercato è stata una verità in conflitto con le ragioni della politica dei partiti, dei governi, delle istituzioni. In conflitto con la Ragion di Stato e la Ragion di Partito. Anche di quel Partito Comunista Italiano per cui Sciascia si candidò, da indipendente, nelle elezioni regionali siciliane del 1975 (risultando secondo tra gli eletti: dopo Achille Occhetto e prima di Renato Guttuso).

Sciascia ha cercato la verità anche da scrittore, sia trasponendola nella diversa verità della letteratura sia cercandola con gli strumenti stessi e con la specificità della letteratura.

A Marcelle Padovani, poco prima del passo già citato sull’inserzione del dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco, Sciascia diceva:

«sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è».

La verità letteraria, lo abbiamo già notato sopra, non è la stessa verità di una realtà che, essa stessa, conosce diverse verità a seconda delle prospettive da cui quella verità è conosciuta. Di modo che, anche senza cadere nel relativismo più totale che annulla la verità, è del tutto evidente che la realtà, come la verità, è composita, sfaccettata, poliedrica, da ricomporre in una conoscenza complessa. La conoscenza dei fenomeni naturali come di quelli storici è composita, enciclopedica, multidisciplinare e interdisciplinare, si realizza attraverso diversi modelli e prospettive e forme di sapere.

L’oscurità insita nella complessità del reale si sovrappone a un ben diverso genere di oscurità di cui abbiamo già detto: nella realtà prevalgono le ragioni del potere, dei diversi poteri e contropoteri, governativi e antigovernativi, istituzionali e non.

Cadaveri eccellenti, la trasposizione filmica del Contesto diretta da Francesco Rosi, nel 1976 modificava il finale del romanzo e si concludeva con la frase: «La verità non sempre è rivoluzionaria». Matteo Collura, giornalista, amico di Sciascia e suo biografo, scrive:

«Lo scrittore che apprende da spettatore la modifica del colpo di scena finale, rivela che quella frase viene da Giancarlo Pajetta (“Se c’è da scegliere tra verità e rivoluzione, noi scegliamo la rivoluzione”, aveva dichiarato una volta il vecchio leader comunista). E al giornalista che, in occasione dell’uscita del film, gli domanda che cosa sceglierebbe lui tra verità e rivoluzione, Sciascia risponde: “La verità, è ovvio» (Il Maestro di Regalpetra, p. 213).

La stessa opposizione tra verità e Ragione di Partito (intersecata allora con la Ragion di Stato intorno all’ affaire Moro) si manifestò a proposito della clamorosa vicenda della lite giudiziaria tra Sciascia ed Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI. A seguito di quella vicenda si ebbe la rottura dell’amicizia tra Sciascia e Guttuso. L’episodio è significativo perché ruota intorno ai collegamenti internazionali delle BR nel rapimento Moro. Vale la pena di dedicargli un po’di spazio, con una lunga citazione:

«I fatti: Sciascia, nell’ ottobre 1989, durante i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro di cui era componente, aveva rivelato che in un colloquio avuto qualche anno prima, mentre era ancora consigliere comunale indipendente nelle liste del PCI di Palermo, si era recato in visita da Enrico Berlinguer in compagnia di Renato Guttuso, alla sede nazionale alle Botteghe Oscure. In quell’incontro aveva appreso da Berlinguer di sospetti collegamenti con la Cecoslovacchia e il terrorismo; e di una imminente espulsione di diplomatici cecoslovacchi dall’Italia. Il segretario del PCI smentì la cosa. Sciascia la confermò. Berlinguer querelò per diffamazione. Lo scrittore contro-querelò. Finì con un’archiviazione generale: la querela di Berlinguer era infondata perché non si potevano perseguire parlamentari per le opinioni che esprimono nell’esercizio delle loro funzioni. Solo che Sciascia non aveva espresso opinioni, ma raccontato un fatto. La querela di Sciascia a sua volta venne archiviata, perché – si legge nella motivazione – “la falsità dell’onorevole esclude il reato di calunnia”. Ma come il magistrato è arrivato a definire “falsità” la versione data dallo scrittore? Perché Berlinguer l’aveva smentito, e Guttuso, fedele al partito e non alla verità, aveva avallato la sua versione». (Valter Vecellio, Leonardo Sciascia e «il guaio della sinistra in Italia», in L’enciclopedia di Leonardo Sciascia, a cura di Pietro Milone, p. 108).

Ulteriori e fondamentali dettagli li aggiunge il Maestro Bruno Caruso, pittore, disegnatore e illustratore (autore della litografia che abbiamo utilizzato per la locandina del ricordo sciasciano del 20 novembre 2014), nonché fine intellettuale e anch’egli molto amico di Sciascia. Caruso infatti ha scritto (in un capitoletto del suo libro su Le giornate romane di Leonardo Sciascia) nomi e cognomi di tanti testimoni non solo del racconto che Sciascia fece delle affermazioni di Berlinguer, ma, soprattutto, di coloro (un pittore, un avvocato e un giudice) che avrebbero potuto testimoniare di come Guttuso avesse confidato pubblicamente, in presenza loro e di altri, che Berlinguer aveva detto effettivamente quel che Sciascia aveva riferito e che lui non aveva voluto confermare, preferendo mentire e far passare l’amico per un mentitore. Ma quei testimoni, al pari di Sciascia, non furono mai ascoltati dal giudice.

Giustizia, ingiustizie e riscatto nella scrittura

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina – scrittura dello strazio – in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile».

Questa dichiarazione di Sciascia è di grande importanza perché contenuta nell’intervista premessa al primo volume della raccolta delle sue opere, a cura di Claude Ambroise, uscito da Bompiani nel 1987. Non a caso abbiamo scelto di citarla nella targa commemorativa con cui l’ITCG Matteucci dedica a Sciascia la biblioteca scolastica della sede di via Rossellini.

Sciascia affidava il riscatto della giustizia alla letteratura.

Lo scrittore, dopo il fascismo e la guerra, aveva cercato la giustizia e il riscatto civile, sociale e culturale della sua Sicilia. Già da Leparrocchie di Regalpetra, Sciascia, volendo spostare in avanti le lancette della meridiana della Matrice, ferme al 13 luglio 1789 (come allegoricamente scriveva lì, nella prefazione), volendo cioè riscattare la Sicilia dal potere del feudo, era diventato compagno di strada del PCI nel nome di un comune atteggiamento di fiduciosa disponibilità verso la storia, la politica, il progresso.

Sciascia sentiva «come impegno d'onore "il gesto di solidarietà fra lettere e storia"» di cui aveva scrittoin un saggio sui poeti della Resistenza europea pubblicato nello stesso anno delle Parrocchie, nel 1956, su «Officina» (un saggio di cui si sarebbe ricordato Pasolini, anni dopo, scrivendo della «morale dell’onore» in Sciascia). In entrambe queste opere comparivano quelle figure di soldato-scrittore che Ambroise ha collegato, con riferimento soprattutto ai Pamphlets di Paul Louis Courier, all'emblema critico di Polemos. Colpi di penna come colpi di spada, che Sciascia, lottando contro l’ingiustizia e l’impostura, nel nome della libertà, della verità, della giustizia, cominciava a infliggere nel corpo del Paese, non ancora risanato dalle ferite belliche. Nel 1961, poi, Sciascia attuava con Il giorno della civetta il tentativo di riscatto della Sicilia dalla mafia.

Il rapporto col PCI si basava su queste premesse, di giustizia intesa in senso sociale, ma si complicava successivamente di una serie di altre vicende alle quali in parte abbiamo già accennato, legate alla verità e alla situazione politica degli anni Settanta e, poi, ad altre vicende di giustizia e di amministrazione della giustizia, negli anni del terrorismo e dell’antimafia. Vicende che andrebbero affrontate (e se ne veda almeno l’elenco nelle polemiche) a parte e lungamente, anche se noi, ora ci fermiamo qui.

Un’ultima cosa vogliamo solo aggiungere, a proposito del riscatto dell’ingiustizia a cui si lega la scrittura sciasciana: la pietas per le vittime della storia, i vinti, per gli uomini soli schiacciati dal potere, per gli umili, la manzoniana «gente meccanica e di piccolo affare» (basti pensare a Caterina Medici la “strega” inquisita de La strega e il capitano, una storia vera ricostruita a partire, appunto, da un cenno dei Promessi sposi o si pensi, ancora, ad esempio, a La povera Rosetta protagonista di una delle Cronachette).

Il riscatto della scrittura è legato al pietoso risarcimento delle vittime degli errori e degli orrori della storia. Si pensi, infatti, all’interesse di Sciascia per due testi come la Storia della colonna infame di Manzoni e 16 ottobre 1943, il racconto di Giacomo Debenedetti sul rastrellamento e la deportazione degli ebrei del quartiere del ghetto di Roma (che Sciascia ripubblicò nel 1955 sulla rivista «Galleria», da lui diretta). Ovverosia alla memoria, un tema che si afferma sempre più nella sua scrittura degli anni Ottanta fino alle sue opere testamentarie: Il cavaliere e la morte e A futura memoria (se la memoria ha un futuro).

Ed è per tutti questi motivi, in questo stretto rapporto di elementi collegati alla verità e alla giustizia nella scrittura del Maestro di Regalpetra, che il Matteucci ha ricordato Sciascia nel XXV della morte con delle iniziative intitolate A futura memoria.E per quegli stessi motivi quel titolo ricorre altresì nella targa che a lui dedica la biblioteca di via Rossellini.

La memoria dei libri quando non anche, per i libri di poesia, i versi a memoria, come a scuola, come nei ricordi di scuola del protagonista de Il cavaliere e la morte:

«Par coeur, come diceva la professoressa di francese quando assegnava le poesie di Victor Hugo. […] Bellissima espressione; e la traduceva “nel cuore, dal cuore, per il cuore”.»

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