IL MAESTRO DI REGALPETRA

Venticinque anni dopo

 

Ce ne ricorderemo di questo scrittore

Parafrasando la frase di Villiers de l’Isle-Adam che Sciascia volle per epitaffio tombale («Ce ne ricorderemo di questo pianeta»), potremmo dire: «Ce ne ricorderemo, di questo scrittore»; e lo diciamo a venticinque anni dalla sua morte (avvenuta il 20 novembre 1999).

Sciascia non amava il termine “intellettuale”, per ragioni connesse al contesto politico-culturale degli anni ’70 e alla concezione dell’”intellettuale organico” che a lui suscitava un’associazione d’idee (con qualcos’altro di organico) che riassumeva il suo giudizio. Egli era infatti pienamente “disorganico” e fu per questo attaccato da tutti i fronti nelle memorabili polemiche che lo videro protagonista. Sciascia fu uno splendido polemista, dalla lingua tagliente, ironica, affilata come una spada, sia nei suoi scritti giornalistici sia nella sua opera letteraria, che il critico Claude Ambroise riassumeva appunto nell’emblema di Polemos (titolo del suo saggio introduttivo al secondo volume delle Opere).

 

Le polemiche

Vogliamo ricordare qualcuna delle sue memorabili polemiche? Su Il contesto, sul femminismo e il matriarcato, su La scomparsa di Majorana e la responsabilità della scienza, su coraggio e viltà degli intellettuali a proposito del processo alle BR, su L’affaire Moro e il terrorismo, con Berlinguer e Guttuso, su mafia e antimafia, su Gramsci e Grieco.

Per la bibliografia vai a >> Le polemiche di Sciascia

 

L’intellettuale disorganico

Sciascia esplicitò il suo giudizio sull’”intellettuale organico”a partire da Candido, riscrittura del conte philosophique di Voltaire, in cui peraltro egli chiuse i conti con l'illuminista francese, disconoscendone la paternità.

Sciascia davanti alla statua di Voltaire
Sciascia davanti alla statua di Voltaire
(foto di Ferdinando Scianna, da La Sicilia, il suo cuore)

 

Per lungo tempo Sciascia si era invece identificato con un uomo del Settecento che, aspirando alle riforme, dovette fare la Rivoluzione (lo aveva dichiarato sin dalle Parrocchie di Regalpetra, nella descrizione di un paese fermo, appunto, al 13 luglio 1789), come ci ricorda ad esempio Claude Ambroise (A che cosa serve il Settecento in Sciascia?, in Leonardo Sciascia ed il Settecento in Sicilia). E proprio Ambroise, riferendosi a Candido, scrive anche: «I più colpiti, nel libro, sono i comunisti in quanto la storia di Candido è la storia di una liberazione dall’ideologia comunista e dalle altre ideologie [...] che sfocia in una utopia libertaria dell’individuo»; «i comunisti sono stati gli impostori del nostro tempo, perché non hanno mai voluto cambiare la società benché lo dessero chiaramente ad intendere».

Così Ambroise (scomparso nell’estate di questo 2014), curatore della prima edizione delle sue Opere presso l’editore Bompiani, critico preferito da Sciascia. E Andrea Camilleri, nel 2006, in un’intervista, definì Sciascia un «anticomunista». Della stessa idea non è però Emanuele Macaluso, storico leader sindacale e politico del PCI, siciliano e antico conoscente di Sciascia che egli giudica un compagno di strada del PCI (da ultimo nel suo libro, Leonardo Sciascia e i comunisti), sebbene in quasi perenne conflitto col partito che lo fece oggetto di di continui attacchi.

Chi voglia un campionario di questi attacchi non ha che da leggere uno dei tanti articoli, saggi e libri scritti da Valter Vecellio, il giornalista vicino a Sciascia dopo la sua definitiva rottura col PCI e l’avvicinamento al Partito Radicale. Col PR Sciascia divenne deputato e membro della Commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Macaluso va molto più vicino al vero di Camilleri, anche se la verità è semplicemente quella che lo stesso Sciascia espresse citando al riguardo uno scrittore siciliano a lui molto caro, quel Vitaliano Brancati che sosteneva che nella Sicilia ferma al feudo per essere liberali bisognava essere almeno comunisti. Questo, in fondo, aveva scritto Sciascia all’inizio delle Parrocchie di Regalpetra.

Lotta contro l’impostura per la verità

Tutta l’opera di Sciascia si fonda sulla lotta contro l’impostura, in nome di una verità irraggiungibile o in quanto imposturata o in quanto considerata intrinsecamente tale (anche a causa del crescente influsso pirandelliano); e si fonda sulla lotta contro il dogmatismo (anche quello di un antidogmatismo che escluda, dogmaticamente, l’ esistenza di qualsiasi verità). “Contraddisse e si contraddisse” è la frase che occorrerebbe apporre in epigrafe alla sua vita (così come egli aveva dapprima pensato di fare) e alla sua opera.


Bruno Caruso, Leonardo Sciascia incontra a Roma Pirandello e Stendhal

 

segue >> Sciascia, la scuola e l'utopia del 'secolo educatore'

 

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