IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola, la Memoria, i valori

 

Una “profezia” di Sciascia

Ne Il cavaliere e la morte, suo testamentario romanzo del 1988, affresco apocalittico di una società dei consumi diventata società dei rifiuti e dai rifiuti sommersa (in senso fisico e morale), Sciascia formulò una “profezia” rivolta ai giovani:

«li aspettava una scuola senza gioia e senza fantasia, la televisione, il computer, l’automobile da casa a scuola e da scuola a casa, il cibo ricco ma dall’indifferenziato sapore di carta assorbente. Non più, nella memoria, la tavola pitagorica, “la donzelletta vien dalla campagna”, “Scendeva dalla soglia...”, “I cipressi che a Bolgheri...”: sevizie del passato. La memoria era da abolire, la Memoria; e quindi anche quegli esercizi che la rendevano duttile, sottile, prensile».

Una previsione troppo pessimistica? Ancora oggi, quando, dopo ventisei anni, sono ormai inequivocabilmente disegnati i contorni della realtà da lui antevista e descritta, la giudicheranno tale in molti: gli inguaribili ottimisti, ma anche i fiduciosi e i fiduciari delle sempre rinnovate magnifiche sorti e progressive e gli accecati dalle fedi ideologiche e politiche, i nuovi devoti del politicamente e pedagogicamente corretto. Molti, ma oggi già in minor numero di ieri. E domani?

Per Sciascia è necessaria una resistenza al potere, al Grande Fratello di una società del Presente alla Orwell, che continuamente riscrive e falsifica la storia del passato; ma poiché sul piano collettivo domina l’impostura, la resistenza può avvenire solo nell’assunzione di responsabilità individuale, nel ruolo che ognuno riveste. Quello (aggiungiamo, pensando alla scuola) di genitori e studenti e soprattutto di docenti, e specialmente di italiano, insegnanti di una letteratura da difendere dai fautori della comunicazione banalizzata (gli interessati leggano le pagine che Sciascia, in Ore di Spagna, a proposito del Don Quijote, dedicò all’argomento della lettura scolastica dei giornali al posto dei classici) con l’intenzione di trasmettere agli studenti la «gioia» della lettura e della letteratura, nel nome della credenza (come scriveva Sciascia) «nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino: così come diventano bellezza».

 

Questa resistenza, questa difesa della letteratura è anche difesa dei valori di cui, sempre ne Il cavaliere e la morte, Sciascia scriveva:

 

«forse tutto nel mondo stava accadendo a somiglianza dell’inflazione, la moneta del vivere ogni giorno perdeva di valore; la vita intera era una specie di vacua euforia monetaria senza più alcun potere di acquisto. La copertura oro – del sentimento, del pensiero – era stata dilapidata; le cose vere avevano ormai un prezzo irraggiungibile, addirittura ignoto».

Come il protagonista del romanzo sciasciano, ognuno di noi (noi adulti, specialmente se insegnanti) dovrebbe forse «verificare se del suo piccolo gruzzolo qualcosa fosse restato».

 

segue >> Sciascia, la scuola, la letteratura e l’identità italiana

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