IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola e l'utopia del 'secolo educatore'

 

Un maestro di giustizia e di verità

Il maestro di Regalpetra è il titolo della biografia di Leonardo Sciascia scritta dal giornalista Matteo Collura. Sciascia, vinto il concorso per l’insegnamento nel 1949, a 28 anni, fu realmente maestro di scuola elementare.

Nel numero di gennaio-febbraio del 1955 della rivista «Nuovi Argomenti», uscirono le Cronache scolastiche, nucleo originario di quel libro che di lì a poco sarebbero state Le parrocchie di Regalpetra. Nell’immaginario toponimo di Regalpetra, Sciascia mascherava appena le reali vicende di Racalmuto, suo paese natale, in capitoli intitolati a «La storia di Regalpetra», «Breve cronaca del regime», «Il circolo della concordia» «Sindaci e commissari», «Il prete e l’arciprete», «Cronache scolastiche», «I salinari», «Diario elettorale», «La neve, il Natale».

Panorama di Racalmuto con lapide commemorativa del decennale

 

 

 

Guarda l’ album scolastico di Leonardo Sciascia (studente e maestro)

Sciascia insegnò per pochi anni, poi, tra distacchi al ministero e al patronato, andò in pensione nel 1970. Non amava fare il maestro ma lo scrittore: dai suoi registri scolastici, compilati di certo non a fini burocratici, nacquero le sue Cronache scolastiche. Da scrittore, poi, fu più maestro che sui banchi di scuola dai quali era spesso assente: la sua scrittura è pervasa di un forte intento etico-pedagogico e, a proposito di Céline, uno scrittore che non riusciva a piacergli, una volta osservò, contendendo con Guido Ceronetti:

«Rifletto […] su me stesso: e che sono sempre, facendo letteratura a parlandone, un maestro di scuola. Non riesco, cioè, ad amare tutta la letteratura; e anzi molta ne respingo, ne ignoro, ne voglio ignorare. […] Non sono dunque (ma lo sapevo già) un vero letterato»(Nero su nero).

All’originaria impronta etica della sua scrittura è da attribuire altresì la sua predilezione per l’opera di Manzoni, determinata anche dal tema della giustizia, al centro di quella Storia della colonna infame che Sciascia introdusse in un’edizione speciale diffusa in edicola dal settimanale «L’Espresso» nel gennaio 1985. Si era negli anni delle legislazioni speciali contro il terrorismo e la mafia intorno alle quali erano scoppiate non poche polemiche. E negli anni, anche, del caso Tortora, un clamoroso caso d’ingiustizia, di detenzione determinata dalle sole accuse, infondate, di un “pentito”. Enzo Tortora, notissimo presentatore televisivo (e giornalista: molto di più di un semplice intrattenitore), ne uscì minato da una malattia mortale.

Omaggio a Manzoni, in quello stesso anno 1985 (bicentenario della sua nascita), è anche La strega e il capitano. Il libro ricostruisce (nella forma tanta congeniale a Sciascia del racconto-inchiesta), a partire da un passo dei Promessi sposi, la vera storia di Caterina Medici, mandata al rogo dall’Inquisizione per stregoneria.

 

 

Alla predilezione per Manzoni subentrò in Sciascia, nel corso degli anni ’80, quella, ben diversa, per l’opera di Luigi Pirandello. Pirandello mio padre fu il discorso (pronunciato nel cinquantenario della morte di Pirandello) con cui Sciascia riconobbe il debito nei confronti del suo stretto conterraneo al quale si era in passato contrapposto, proprio come i figli ribelli (e più o meno tutti, in gioventù, lo sono) fanno con il padre. Ma negli anni Ottanta era ormai ben diverso il rapporto di Sciascia con la verità, così come quello con una letteratura che, con Pirandello e Borges, egli caricava di inquietudini conoscitive ed esistenziali, di interrogativi epistemologici, di sgomenti metafisici.

La gioia della conoscenza e dell’intelligenza

Ne Il secolo educatore (uno dei suoi Cruciverba), il maestro di Racalmuto scriveva dell’ Encyclopédie come di un’ «utopia», quella del «tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell’intelligenza, dell’armonia delle parti nel tutto».

Sciascia illustrava così alcune fondamentali ragioni della propria scrittura, connesse al ruolo dell’ intellettuale in rapporto alla verità da un lato e, dall’altro, alla società e al potere dei suoi ordinamenti (pur riconoscendo che l’ordine alfabetico scelto da Diderot e D’Alembert non era che «una finzione d’ordine»). In tutta la sua opera Sciascia replicava e, al tempo stesso, negava quelle ragioni, contraddicendo (il potere e le opinioni comuni) e contraddicendosi, facendo deflagrare «una serie di cariche esplosive sotto i pilastri del povero illuminismo» (per dirla con Italo Calvino).

 


Bruno Caruso, litografia

 

Dalla clarté illuministica al caos relativistico

Alla tensione verso l’ ordine sistematico e la progettualità della conoscenza e della prassi, dell’illuminismo, del giacobinismo e della scienza positiva, si contrapponeva, in Sciascia, la tensione verso l’indefinita, relativa e molteplice, caotica, esperienza mediante la quale la ragione esplora i limiti dei sistemi e li contraddice, falsificandoli, per arrivare a nuove sintesi o constatare, invece, inconciliabili antinomie.

Sciascia, dunque, tra l’utopia dell’ Encyclopédie e l’anti-utopia dell’ ironica e asistematica Nuova enciclopedia in cui Alberto Savinio scriveva: «Rinunciamo dunque a un ritorno alla omogeneità delle idee, ossia a un tipo passato di civiltà, e adoperiamoci a far convivere nella maniera meno cruenta le idee più disparate, ivi comprese le idee più disperate». La Nuova Enciclopedia dell’epoca della postmodernità in cui viviamo, che anche Calvino descrisse nelle sue Lezioni americane.

 


Sciascia e Calvino nel 1981

 

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