Porte aperte

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Porte aperte

A Palermo, nel 1937, un uomo uccide tre persone: la moglie, «l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento». Un caso semplicissimo sul piano giudiziario, perché l’assassino è reo confesso di delitti premeditati. Secondo il codice fascista, ci vuole la pena di morte, e l’opinione pubblica l’invoca. Ma il giudice a latere del processo è contrario alla pena capitale ed oltretutto «gli era toccato un caso in cui un uomo, anche il più giusto e sereno, il più illuminato di quella che i teologi chiamano la Grazia e quelli senza teologia chiamano la Ragione, deve fare i conti con la parte più oscura di sé, la più nascosta, la più ignobile appunto»: l’imputato, per l’appunto. Anche uno dei giurati popolari, un agricoltore bibliofilo e coltissimo, è contrario alla pena di morte, sicché – nonostante le pressioni del regime affinché essa sia esemplarmente comminata – il verdetto di primo grado sarà l’ergastolo. La pena di morte arriverà da un’altra giuria, in corte d’assise d’appello, e il “piccolo giudice” (in questo libro nessuno dei personaggi principali ha un nome) sarà punito nella progressione di carriera, ma avrà la certezza di avere raggiunto «il punto d’onore della mia vita, dell’onore di vivere».

La vicenda è vera e il “piccolo giudice” era il racalmutese Salvatore Petrone, che Sciascia incontrò qualche volta, ricavando da questi incontri l’impressione che il giudice avesse statura tanto bassa (“piccolo”) quanto alta era la sua coscienza morale. (G. Traina)

Nelle pagine che proponiamo, il protagonista, il «piccolo giudice», si rende penosamente visibile l’ignobile imputato che sta giudicando e, così facendo, fa i conti con la parte più oscura e più ignobile dell’uomo e, quindi, anche di sé, anziché rimuoverla, cancellarla, come pure avrebbe il desiderio di fare. Come hanno la tentazione di fare anche tutti coloro che cadono nell’illusione di realizzare una vita collettiva nettata da ogni male e che pretendano di farlo ricorrendo a diversi rituali di ordinata violenza come quella della pena di morte. Una pena che in passato si è ridotta a puro spettacolo: il «sublime delle anime ignobili […] come diceva Stendhal paragonando gli strazi dipinti dal Pomarancio e dal Tempesta in una chiesa romana allo spettacolo della ghigliottina in azione».

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