Il cavaliere e la morte. Sotie

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Il cavaliere e la morte. Sotie

Questa sotie è il capolavoro testamentario di Sciascia, un “giallo” complesso e ricco di molte suggestioni. Narra di un Vice commissario di polizia, più isolato di un detective privato, che indaga sull’omicidio dell’influente avvocato Sandoz, individuandone subito il colpevole, sulla base di indizi addirittura esibiti: è il potentissimo industriale Aurispa, il regista, occulto ma non troppo, delle trame criminose che avvolgono l’Italia. Ma il Vicenon ha nessuna prova, solo intuizioni e confidenze scaturite da colloqui con altri personaggi, fra cui due donne molto in vista (la signora De Matis, di cui quasi s’innamora, e la signora Zorni, che invece lo infastidisce per la sua vacua loquacità) e un ex agente dei servizi segreti, il dottor Rieti, che gli offre una possibile spiegazione del delitto nel ricatto per i traffici internazionali di armi e droga in cui Aurispa è implicato, ma soprattutto nella “necessità” di attivare una nuova “strategia della tensione” creando dal nulla un nuovo gruppo terroristico pseudo-giacobino, i “Figli dell’ottantanove”. Alle prese con i depistaggi del Commissario Capo, che – succube com’è del potere – indaga solo sui terroristi, il Vice combatte dal canto suo, sul fronte privato, una stoica battaglia contro un tumore che lo strazia e lo avvicina alla morte: sfiduciato, sta per andare in ferie ma viene ucciso da uno sparo misterioso, non appena – indignato per la notizia dell’uccisione di Rieti – decide di riprendere le indagini. (G. Traina)

Il romanzo testamentario di Sciascia è stato letto da Giuseppe Traina, in uno tra i suoi primi e più bei saggi sciasciani, come una sorta di ars moriendi. In quanto tale è, al contempo, un’ ars vivendi che si sofferma sui valori da coltivare per resistere (più di quanto non sia possibile con inutili armi e armature) al dolore e al male della vita, della storia e del potere, dell’esistenza: la lettura e la memoria dei poeti prediletti; la divagazione del pensiero, dei sentimenti, della fantasia; il piacere nella gioia del corpo e dello spirito e nella letteratura.

Si tratta di una straordinaria testimonianza conclusiva dell’arte del Maestro di Regalpetra, non a caso ripetutamente citata nelle pagine del nostro dossier a lui dedicato.

Le pagine del Cavaliere e la morte che qui pubblichiamo sono quelle che precedono il capitolo finale in cui il Vice viene assassinato. In esse il protagonista, dopo aver riflettuto sulla degnità e indegnità dell’umanità a cospetto della vita, passeggiando per il parco e alla vista dei bambini che gli sopravviveranno, pensa al loro futuro da lì a dieci, venti, trent’anni: «Ci saranno, pensava, nel 1999, nel 2009, nel 2019: e che cosa il susseguirsi di questi decenni avrebbe portato per loro?».

Questa riflessione del protagonista è la testimonianza di una speranza del futuro delle nuove generazioni viva anche nel momento in cui la morte, individuale, si avvicina. La prova di una speranza collegata alla stessa scrittura di Sciascia ché nella scrittura, nella letteratura, è quella Memoria di cui in queste pagine si tratta. Senza di essa (senza la scuola, i libri, le biblioteche che la tramandano) non esiste futuro possibile per le nuove generazioni, per l’umanità.

Approfondimenti: vedi la scheda di Pietro Milone in Novecento. Scenari di fine secolo nello scaffale critico della nostra Biblioteca virtuale.

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