Scaffale delle opere – Antologia di testi

Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia

Il romanzo racconta la storia di Candido Munafò, nato nel 1943, nella notte dello sbarco alleato in Sicilia, figlio di un avvocato e della signora Maria Grazia, che presto sarebbe fuggita con un ufficiale dell’esercito americano. Candido cresce con il padre (ma, rivelando un importante segreto professionale, ne causerà il suicidio), il nonno, ex gerarca fascista, e la governante Concetta che cerca invano di educarlo secondo principi cattolici e borghesi. L’impassibile Candido diventa l’allievo preferito di don Antonio Lepanto, prete inquieto che tenta di coniugare cattolicesimo, psicoanalisi e marxismo: cerca di psicanalizzarlo, ma il ragazzo resiste; gli fa frequentare la sezione del Pci, ma entrambi lasceranno il partito, delusi. Nel frattempo Candido ha conosciuto l’amore, prima portando via al nonno la giovane amante Paola, poi, partita costei, innamorandosi di Francesca, con la quale lascia il paese – e, serenamente, i suoi beni - per andare a vivere prima a Torino, come operaio, poi a Parigi, come meccanico; lei fa la traduttrice ed entrambi vivono felici, amandosi e amando la città libera e tollerante. Li raggiunge don Antonio, sempre in cerca di idee in cui credere, il quale alla fine del romanzo, davanti alla statua di Voltaire, lo propone a Candido come «il nostro vero padre». Candido lo allontana dalla statua e «Non ricominciamo coi padri – disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice». (G. Traina)

L’opera che Sciascia disse la sua più autobiografica, si muove tra l’esplicita ispirazione al Candido di Voltaire, richiamato nella Nota al testo, e il candore che Massimo Bontempelli aveva utilizzato come chiave d’interpretazione dell’opera di Luigi Pirandello. Uno, nessuno e centomila costituisce, infatti, un altro modello del Candido di Sciascia, la cui importanza è stata ben sottolineata: a partire da Massimo Onofri (nella sua Storia di Sciascia) per arrivare a chi scrive e cura queste pagine web (cfr. P. Milone, L’udienza. Sciascia scrittore e critico pirandelliano e Candido, un personaggio in cerca del destino, in Id., Sciascia: memoria e destino. La musica dell’uomo solo tra Debenedetti, Calvino e Pasolini).

Di Voltaire Sciascia cercava, come scrive nella Nota, la «velocità e leggerezza» dello stile che convertiva la gravità di quella fine anni Settanta di un terrorismo che sarebbe di lì a poco sfociato nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro.

Il testo, pur essendo uno dei più felici di Sciascia, non ha ricevuto i riconoscimenti che avrebbe meritato e meriterebbe, proprio perché ha lasciato un segno di graffiante ironia sulla società italiana di quel tempo: la stragrande maggioranza degli italiani di allora non ha perdonato né ancora perdona a Sciascia di aver sparso il bruciante sale dell’ironia sulle ferite delle proprie passate ideologie e illusioni, quand’anche abbia poi riconosciuto come appropriate e motivate le sue ragioni.

Uno dei passi di più feroce e spietata critica nei confronti del PCI, il partito per cui pure, appena due anni prima, Sciascia si era presentato alle elezioni è quello che riportiamo nella nostra Biblioteca virtuale. Candido, «comunista di natura» (ovverosia fuori degli apparati di Partito, delle gerarchie così come fuori delle gerarchie della Chiesa è il «cristianesimo di natura» suo e del suo autore che lo identificava col candore di Pirandello), vorrebbe regalare un suo terreno al comune affinché vi venga costruito un ospedale, ma un assessore del suo stesso partito lo va a trovare per proporgli una soluzione più vantaggiosa per quel sistema di tangenti e di corruzione che viene qui evidenziata con graffiante ironia.

Della vita che Candido conduceva tra casa, campagna e partito; e della proposta che gli fu fatta e non accettò.

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