Verità e giustizia: ospiti della tavola rotonda

La tavola rotonda del 21 gennaio 2015, nell’aula magna della sede di Via Rossellini, verterà sui temi della giustizia e della verità nell’opera di Sciascia - nelle trame di certi suoi romanzi polizieschi e di tanti altri suoi scritti legati anche alla sua azione di intellettuale polemista - ma anche nella storia d’Italia degli ultimi decenni del Novecento: la storia di un paese senza verità, intramata di segreti e misteri, di verità nascoste perché, talora, impronunciabili.

Sulla giustizia nell’opera di Sciascia hanno scritto e dibattuto in tanti. Ricordiamo qui solo un convegno milanese del 2003 i cui atti sono stati poi raccolti in volume: Giustizia come ossessione. Forme della giustizia nella pagina di Leonardo Sciascia. E lo ricordiamo per i seguenti motivi: in primo luogo perché è ascoltabile negli archivi sonori di Radio Radicale (facilmente raggiungibile da una delle nostre pagine web); in secondo luogo perché ha visto la partecipazione di Valter Vecellio e Pietro Milone; e infine perché l’intervento di quest’ultimo (Il diritto e le sue metafore. Letteratura e giustizia nell’opera di Sciascia) era l’unico in quella dimensione specificamente letteraria talora trascurata – come è inevitabile che sia e come inevitabilmente sarà anche nella tavola rotonda (ma come non è nelle pagine web del nostro dossier) – quando si ha a che fare con avvenimenti tanto rilevanti della storia italiana.

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Di verità e giustizia hanno ben titolo a parlare i partecipanti alla tavola rotonda, in considerazione dei rapporti che essi hanno avuto e hanno col mondo dell’informazione, della politica, dell’amministrazione della giustizia. E in considerazione dei loro rapporti con Sciascia: almeno nel caso di Macaluso e Vecellio (quelli del giudice Priore, sia sul piano personale che del rapporto con gli scritti, non sono documentati - a conoscenza di chi scrive – e, perciò, gliene chiederemo).

I rapporti di Emanuele Macaluso con Sciascia iniziarono nel 1941, all’interno di un gruppo antifascista clandestino di Caltanissetta e proseguirono, poi, con un’amicizia segnata da battaglie comuni e polemiche anche roventi e feroci (con qualche ripensamento da parte di Macaluso, specie rispetto ai suoi attacchi al Contesto)alle quali Macaluso ha dedicato un libro intero: Leonardo Sciascia e i comunisti.

I rapporti di Valter Vecellio con Sciascia risalgono soprattutto agli anni della comune appartenenza al Partito Radicale col quale Sciascia fu eletto nel 1979 in Parlamento, per poi entrare nella Commissione d’inchiesta sull’affaire Moro (gli archivi di Radio radicale sono, per questo, estremamente preziosi).

Fu Pannella a convincere Sciascia a candidarsi, andandolo a trovare nella sua casa di campagna della Noce, la contrada di Racalmuto dove lo scrittore trascorreva soprattutto le vacanze estive dedicate alla scrittura dei suoi libri. Di quella visita restano alcune belle foto, scattate da Nino Catalano (genero di Sciascia, marito di Annamaria). Proprio da una di quelle foto è stata tratta la locandina della tavola rotonda del 21 gennaio, con un taglio dagli intenti non censori (come quelli dei famosi “fotosmontaggi” con cui Stalin fece scomparire Trotzkij e altri ex compagni dalle foto della rivoluzione d’ottobre). E a “riparazione” del taglio, la pubblichiamo, intera, qui.

 

Vecellio, dunque, fu in quegli anni a fianco di Sciascia e ne curò una raccolta di interviste intitolata La palma va al nord (la linea della palma, diceva Sciascia, avanzava ogni anno verso nord e indicava così, l’avanzata della mafia dalla Sicilia verso Roma e Milano). Molte di quelle interviste sono anche in appendice a un suo libro sulle polemiche sciasciane.

 Il titolo del libro di Vecellio, Saremo perduti senza la verità è ripreso da quello di un’intervista di Sciascia («La Sicilia» del 14 agosto 1978). Il Maestro di Regalpetra vi diceva:

«L’Italia è un paese senza verità: bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro siamo davvero perduti. È stato un delitto che ci ha tutti coinvolti: ognuno ha le sue responsabilità, con le proprie colpe. Ma come nella Fattoria degli animali tutti sono uguali e però ci sono alcuni più uguali degli altri, bisogna di fronte al caso Moro cercare quelli che sono più colpevoli degli altri, più degli altri responsabili. Le BR, d’accordo. Ma le BR sono uno strumento, un meccanismo, che ha la fonte d’energia e centrale d’impulsi altrove.»

Il caso Moro è stato uno dei casi su cui ha indagato il giudice Rosario Priore. Intrigo internazionale, un suo libro-intervista a Giovanni Fasanella, si chiudeva, nel 2010 con un capitolo sul conflitto tra giustizia e «ragion di stato» in cui il magistrato scriveva di «un debito di verità nei confronti della nostra opinione pubblica». Da Mattei a Moro, passando per il golpe di Gheddafi e affrontando tanti altri misteri italiani, il libro affrontava il problema enunciato sin dal titolo del primo capitolo: «Il limite della verità giudiziaria».

Fasanella lo esplicitava dalle prime righe dell’introduzione, citando una frase di Priore del 2003:

«Ci sono verità che non ho mai potuto dire. Perché, pur intuendole e a volte intravedendole o addirittura vedendole chiaramente, non potevano essere provate sul piano giudiziario, erano verità “indicibili” […] e, scritte in una sentenza, avrebbero potuto produrre effetti destabilizzanti sugli equilibri interni e internazionali».

La verità, dice Priore nel primo capitolo, può emergere, dopo il lavoro di scalpello fatto in sede giudiziaria, da un lavoro di cesello «per ricostruire il contesto o i contesti che avevano determinato quei fatti».

Un lavoro non solo da giudici ma da storici, giornalisti, politici. Un lavoro ancora da fare per una verità che nei nostri libri di storia ancora non c’è ma che potrebbe e dovrebbe essere scritta nei libri di storia delle future generazioni.

Una verità (se non più una giustizia) A futura memoria (se la memoria ha un futuro).

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