JE SUIS VOLTAIRE, JE SUIS SCIASCIA

JE SUIS VOLTAIRE, JE SUIS SCIASCIA

Due settimane prima della tavola rotonda su Sciascia organizzata nella sede di via Rossellini dell’ITCG Matteucci, a Parigi, l’attentato a Charlie Hebdo e quello a un supermercato kosher, hanno portato ancora una volta all’attenzione mondiale i problemi legati all’integralismo estremista dei gruppi del terrorismo islamico.

L’episodio e la reazione da esso provocato nella popolazione parigina ed europea, negli stati e nelle istituzioni europee, tra gli intellettuali e i giornalisti e nell’opinione pubblica tutta, hanno evidenziato nella maniera più netta i fondamenti dei valori delle democrazie occidentali: libertà di pensiero ed espressione, rispetto, tolleranza, pluralismo delle idee, spirito critico. In una parola: laicità della cultura (intesa come insieme di quei valori, inclusi quelli religiosi quando collegati agli altri su indicati, quando cioè espressione di un pensiero che non si pretenda fanaticamente unico).

Quei valori sono gli stessi che Sciascia abbracciò e difese nel corso della sua vita, polemicamente, con pagine di un’ironia spesso formidabile. Di modo che, in coincidenza dei fatti di Parigi e ricordando uno scritto di Sciascia del 1978, Il termometro della vendetta, che molto calzava a quei fatti - poiché si scagliava contro tre componenti esiziali per la cultura (e la democrazia) quali l’imbecillità, il fanatismo, e lo spirito di vendetta, e poiché si ricollegava a un personaggio chiave della cultura illuministica e liberale europea, quale Voltaire - il Matteucci ha idealmente “aderito” alla campagna di solidarietà a Charlie Hebdo (“je suis Charlie”) appositamente dedicando ad essa una speciale home page del suo sito web.

Riproduciamo qui di seguito l’immagine che è stata mantenuta come home page del sito web del Matteucci sino ai giorni immediatamente successivi alla tavola rotonda su Sciascia.

biblioteca Leonardo Sciascia

I valori di quella cultura sono i valori della scuola laica che Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Repubblica, definì «un organo “costituzionale”» ematopoietico, «da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi» della democrazia, assicurandone la vita.

La nota foto di Sciascia davanti la statua parigina di Voltaire è di Ferdinando Scianna, il grande fotografo siciliano ed europeo la cui carriera fu propiziata proprio da Sciascia quando egli, giovanissimo, ne divenne amico.

«Je suis Voltaire», «Je suis Sciascia», è un omaggio alla laicità che ricorda il suo già citato scritto che costituiva una comunicazione inviata al congresso del Comitato degli Intellettuali per l'Europa delle Libertà (il 24-25 giugno 1978, a Parigi).

Il terrorismo con cui si era allora alle prese era di altro genere, ma i problemi che poneva erano simili e simili talora le reazioni. Identico il fanatismo che lo alimentava, quand’anche, dietro ai fanatici, ci fossero – come c’erano – altre e più raffinate menti.

L’intellettuale bersaglio degli imbecilli e dei fanatici

Leonardo Sciascia, Il termometro della vendetta

[…] Alla voce «Uomo di lettere», che noi oggi possiamo tradurre con «intellet­tuale», il Dizionario filosofico dice che «la più grande disgrazia per l'intellettuale non è essere oggetto di invidia da parte dei suoi colleghi, o vittima di intrighi, o di essere disprezzato dai potenti; ma il fatto di essere giudicato dagli imbecilli». Imbecilli che, talvolta, vanno parecchio oltre; più specificatamente quando, al­l'imbecillità, si somma il fanatismo e, al fanatismo, lo spirito di vendetta.

Fissiamo dunque questo elenco, del tutto esauriente, di elementi che fanno lega contro gli intellettuali: Voltaire li classifica in ordine di importanza, dal più debole al più grave:

1) l'invidia dei colleghi;

2) gli intrighi;

3) iI disprezzo dei potenti;

4) l'imbecillità;

5) l'imbecillità + il fanatismo;

6) l'imbecillità + il fanatismo + lo spirito di vendetta.

Voltaire, perché è lui stesso che li ha individuati, è vissuto in una società nella quale questi elementi erano tutti contro di lui, benché fossero poco efficaci, come si vede quando confrontiamo la qualità eccezionale di quel che egli dice, e la stessa quantità con i contraccolpi provocati: contraccolpi, tutto sommato, leggeri. Gli elementi elencati al punto 6 — sono tre e, insieme, fanno una somma terribile — contro di lui funzionarono ad un certo punto. Li abbiamo visti funzionare, con forza integrale e totale, sotto il fascismo; contro Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Antonio Gramsci; e forse di recente, ma in modo più oscuro, in periodo antifascista, contro Pier Paolo Pasolini. È certo che, se non fosse stato mortalmente colpito dallo spirito di vendetta, Pasolini avreb­be dovuto fare i conti — dolorosamente, giorno dopo giorno — con l'imbecillità e il fanatismo. […]

Da Il termometro della vendetta (in «Quaderni radicali» n. 3, giugno-agosto 1978)

Voltaire acquaforte e bulino.jpg

Contro l’imbecillità, il fanatismo e lo spirito di vendetta

PIÙ SCUOLE, PIÙ BIBLIOTECHE, PIÙ LIBRI

Il soccorso dei libri del «piccolo giudice»

Ne La strega e il capitano Sciascia ricostruisce la storia del secentesco processo a Caterina Medici, domestica di un potente senatore milanese che l'accusa di avvelenamento. Del processo aveva scritto Pietro Verri in alcune pagine della Storia di Milano e Manzoni in un fuggevole cenno del capitolo xxxi de I promessi sposi. Le carte di quel processo, scrive Sciascia, «dicono di fatti in cui l’ingiustizia, l’intolleranza, il fanatismo (e la menzogna di cui queste cose si coprono) hanno parte evidente o, quel che è peggio, nascosta».

Uno dei testimoni chiave della vicenda, che contribuisce alla condanna dell’innocente Caterina è un cretino di nome Vacallo. Il capitano Vacallo, infatti, accusa anch’egli Caterina perché interpreta come fattura stregonesca i segni dell'amore che egli non è in grado di riconoscere in sé. Egli è dunque

«un cretino che non riconosce in sé il divino, il divino dell'amore, il divino della passione amorosa. E viene da invocare (come Brancati, per un personaggio, che non sapeva precisare e definire l’aspirazione alla libertà, invocava i poeti che la libertà avevano cantato): perché il canto quinto dell'Inferno di Dante o quello della Pazzia di Orlando dell'Ariosto, un sonetto del Petrarca, un carme di Catullo, il dialogo di Romeo e Giulietta - proprio in quell'anno Shakespeare moriva - non volarono ad aiutare un tal nefasto cretino a guardare dentro di sé, a capirsi e a capire? Poichè nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.»

Il richiamo a Brancati diverrà esplicita citazione in Porte aperte:

«Di quegli anni, forse appunto di quell’anno, per un pover’uomo che sentiva avversione all’iniquità senza riuscire a trovare parole per spiegarla, Vitaliano Brancati dice: “Perché un canto di Milton o di Leopardi sulla libertà, o il libro di un filosofo proibito non volò in soccorso di questo poveruomo, trafitto da tutte le sofferenze che un’anima onesta può ricevere dall’oppressione, e tuttavia incapace di dire perché soffrisse?”. Ma di questi soccorsi il piccolo giudice non era privo.»

Sciascia marca così l’opposizione tra chi, come il «cretino» capitano Vacallo, non ha il soccorso dei libri e chi, come, il «piccolo giudice», con quel soccorso trova le parole per dire la resistenza al potere, al male, al fascismo, al Codice Rocco; per formulare la sua critica e il suo giudizio.

«Poichè nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.»

A futura memoria contro i cretini e i fanatici

«Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici, son tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italico. Lo stato che il fascismo chiamava “etico” (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l’etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di di delitti e delle associazioni criminali come mafia, ‘ndrangheta, camorra. E continueranno a crederlo.»

Così si concludeva l’introduzione di A futura memoria, raccolta delle polemiche con i tanti avversari che da anni insistevano su misure repressive speciali in tema di mafia (e, prima, di terrorismo) senza tener conto che Sciascia, sin dai tempi del Giorno della civetta, aveva già individuato la successiva via maestra della lotta alla mafia (poi imboccata da tanti magistrati): quella del semplice controllo fiscale e dei conti bancari, chiave di accesso, sin dalla fonte, agli arricchimenti illeciti di una criminalità organizzata già allora, e poi sempre più, legata ai poteri politici e a quelli economico-finanziari.

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