Favole della dittatura

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Favole della dittatura

Esopo e Fedro sono le fonti classiche della moderna riscrittura delle favole di uno sciasciano Esopo moderno, come nel titolo dell’opera di Pietro Pancrazi che più d’uno spunto diede, sotto il fascismo, in epoca di dissimulazione e di nicodemismo, a un linguaggio esopico, allusivamente antifascista.

La modernità è anunciata dalle due epigrafi del libricino che circostanziano al contesto dello stalinismo e del fascismo la dittatura del titolo. Al fascismo rimanda infatti l’epigrafe di Longanesi col riferimento dissimulato alla «faccia di F. [Farinacci, ndr] quando è in divisa di gerarca»; e allo stalinismo rimanda l’epigrafe dalla Fattoria degli animali di Orwell col riferimento al viso dei maiali, cioè dei gerarchi del PCUS di Stalin.

Il libro di Orwell era stato appena pubblicato in appendice a «Il Mondo». Togliatti lo stroncava, sul numero 11-12 del 1950, di «Rinascita» in un articolo pieno d’ipocrisia e di gratuiti attacchi a Croce. «Bisogna picchiare gli uomini, per espellere dal cuore e dalla mente loro la passione per la libertà, la giustizia, l’eguaglianza; la passione per la generosa utopia. Picchiateli, torturateli, riduceteli un mucchio d’ossa e di carni sanguinolente; allora sarete sicuri di mantenere su di essi all’infinito il vostro potere», scriveva Togliatti, accusando Orwell (per il suo passato di funzionario della polizia imperiale inglese) proprio di ciò di cui questi aveva accusato i totalitarismi, anche in un suo altro libro da cui Togliatti certamente si sentiva chiamato in causa: Omaggio alla Catalogna (sulla guerra civile spagnola, un tema cui Sciascia fu sempre interessato, progettando su di essa un romanzo poi non compiuto che divenne L’antimonio,un racconto aggiunto all’edizione 1960 de Gli zii di Sicilia).

La prima favola sciasciana s’ispira a quella, celebre, di Fedro sul lupo e l’agnello, ma il lupo contemporaneo di Sciascia è molto più sbrigativo: «“… so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo».

Scrive Giuseppe Traina (nel suo Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, 1999), citando Massimo Onofri: «Insomma, le Favole della dittatura sono i primi testi di Sciascia contro il potere e i succubi del potere; non sono frutti caduchi dell’esperienza ancora recente del regime fascista né risulteranno senza sviluppi nella produzione sciasciana. Le pagine del Consiglio d’Egitto dedicate alla tortura di Di Blasi non si spiegherebbero senza le conclusioni di alcune di queste favole, che esibiscono un “lessico particolarmente sensibile allo strazio fisico, al martirio dei corpi”».

Pier Paolo Pasolini, nella sua recensione delle Favole della dittatura (in «La Libertà d’Italia», 9 marzo 1951, poi in Portico della morte, Roma, 1988) richiamava Pancrazi e anche Trilussa e Mario Dell’Arco (con il quale collaborava in quegli anni, con Sciascia, nelle sue ricerche sulla poesia romanesca tra le altre dialettali in Italia). E poneva Sciascia sulla sua stessa strada di «moralismo senza oggetto», di depurazione dei contenuti in «uno squisito pretesto di fantasia», di ricerca di un «valore di poesia», letterariamente collocandolo «tra due sue figure conterranee: la parola ferma, riflessa dal greco, di Quasimodo, e la discorsività amara e pungente di Brancati».

La favola del rospo

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