COMUNICATO n 140 - Corso di lingua cinese

In data 13/02/2014 dalle ore 15,30 fino alle ore 17,00, presso la sede centrale di Via delle Vigne Nuove 262, inizierà il corso di lingua cinese, gratuito, per gli studenti del secondo anno.

Il prof. Giovanni Laurenza prenderà le iscrizioni entro martedì 11/02/2014.

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Impresa in azione

Destinatari:

Classi IV Ci e VGl

Tipologia:

Avvio e gestione di una mini-impresa

Durata:

40-60 ore tra ottobre e maggio; un incontro settimanale di 2 ore (a discrezione dell'insegnante)

Obiettivi:

  • Comprendere come sviluppare un'idea di business
  • Conoscere i modelli organizzativi e di gestione imprenditoriale, scoprire le professionalità coinvolte
  • Aumentare la proattività personale degli studenti e la conoscenza del territorio nel quale vivono
  • Valorizzare la creatività individuale e collettiva

Gestire una start-up d'impresa a scuola

Il programma si sviluppa attraverso un'articolata serie di attività che consentono di sperimentare in maniera reale (anche se su piccolissima scala) il funzionamento di un'azienda.

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Trinity College certificazioni lingua Inglese

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Tariffe standard  valide dal 1 Settembre 2013 al 31 Agosto 2014

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PREMIATI ENTUSIASMO E IMPEGNO

ALUNNI E DOCENTI DI VIA ROSSELLINI VEDONO RICONOSCIUTO IL LORO LAVORO

 Da tre anni gli studenti della sede di Via Rossellini possono usufruire,
ogni quindici giorni, di uno sportello d'ascolto gestito dalle psicologhe e psicoterapeute dell'Istituto di Ortofonologia .

L'IdO è un'associazione che sviluppa progetti di educazione e prevenzione per le giovani generazioni in collaborazione con il portale

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Laboratorio di contabilità

Nella sede di Via Rossellini allestito un "Laboratorio di contabilità" in cui gli studenti imparano ad utilizzare un pacchetto di contabilità integrata, tra i più utilizzati negli studi commerciali.
Alla fine del triennio gli studenti ottengono, a seguito del superamento di un esame effettuato in sede da una commissione mista di docenti e commercialisti esperti del software, una certificazione della  competenza raggiunta.

Vacanza Studio in Francia

É in fase di organizzazione, per l'anno scolastico in corso, una vacanza studio in Provenza (Francia), della durata di 6 giorni, per l'approfondimento dello studio della lingua e della cultura francese.

L'iniziativa è rivolta agli studenti che frequentano la classe terza dell'indirizzo Relazioni Internazionali per il Turismo

Partecipazione al Progetto IMUN “ITALIAN MODEL UNITED NATIONS” (2)

Il Nostro Istituto è stato recentemente contattato dalla società “Leonardo – Educazione Formazione Lavoro” per la partecipazione a progetti di portata internazionale organizzati in collaborazione con la regione LAZIO. Al fine di offrire ai propri studenti la possibilità di partecipare a tale progetti il nostro Istituto intende proporre la partecipazione, per il corrente a.s., al Progetto IMUN “ITALIAN MODEL UNITED NATIONS”.

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Progetto "Il Quotidiano in Classe"

Mercoledì 9 Ottobre, a Roma presso l'hotel Hilton dalle ore 18.30 alle 20.30, una delegazione di studenti e docenti del Matteucci ha partecipato ad una conferenza organizzata dall'Osservatorio Permanente Giovani Editori riservata alle scuole che aderiscono al progetto “Il Quotidiano in Classe” con ospite Eric Schmidt, Presidente Esecutivo  di  Google  il noto motore di ricerca, azienda leader globale nel campo tecnologico e nella ricerca.

Sono intervenuti alla conferenza il Presidente di Google Italia  Fabio Vaccarono e l’ambasciatore degli Stati Uniti John R. Phillips.

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Progetto NERD - proposto dal Dipartimento di Informatica di Sapienza Università di Roma, con il supporto e la collaborazione di IBM Italia

Progetto NERDRiparte l’iniziativa NERD? (acronimo di Non E' Roba per Donne?) messa in atto dal Dipartimento di Informatica di Sapienza Università di Roma, con il supporto e la collaborazione di IBM Italia, che ha l’obiettivo di confutare l’idea diffusa che l’Informatica non sia una scienza adatta alle studentesse perché  priva di creatività e di risvolti sociali, insomma, una faccenda per “nerd”. 

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Osservatorio Permanente Giovani Editori (2)

Mercoledì 9 Ottobre, a Roma dalle ore 18.30 alle 20.30, l’Osservatorio organizzerà un dibattito per i ragazzi partecipanti al progetto “Il Quotidiano in Classe” con ospite il Presidente Esecutivo di Google, Eric Schmidt.

 L’incontro farà parte di un ciclo di dibattiti che la nostra Organizzazione promuoverà nei prossimi mesi, dal titolo “Tra giovani, web e informazione di qualità”.

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Blog Mondo Matteucci

Dal 28 febbraio 2012 è stato inaugurato un blog creato da alcuni ragazzi dell’istituto.
Pubblichiamo la presentazione del sito scritta dagli stessi ragazzi nella loro pagina iniziale:

Salve a tutti! E’ on line un blog fatto da alcuni ragazzi dell’istituto che ha lo scopo di offrirvi degli argomenti e dei suggerimenti su alcune tematiche ricorrenti nella nostra vita quotidiana. Molti si chiederanno il motivo per cui abbiamo deciso di aprire questo spazio. La risposta è semplice: il sito che ci propone l’istituto è pieno di informazioni e contenuti, tuttavia, ha una funzione prevalentemente di servizio. Noi, invece, volevamo proporre qualcosa di più coinvolgente che riuscisse a unire, almeno in parte, i ragazzi della scuola grazie a degli argomenti comuni, come quelli che vi proporremo. Naturalmente chiunque abbia voglia di partecipare a questa iniziativa è benvenuto; vi garantiamo che è un’esperienza davvero divertente.

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Il Contesto. Una Parodia

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Il Contesto. Una Parodia

Il romanzo, ambientato in uno stato imprecisato ma molto simile all’Italia, racconta «la storia di un uomo che va ammazzando giudici e di un poliziotto che, ad un certo punto, diventa il suo alter ego». L’uno è Cres, serial killer dei magistrati che lo hanno ingiustamente condannato per tentato uxoricidio; l’altro è l’ispettore Rogas, colto, ironico e sagace, il quale scopre che, mentre Cres compie la sua strage solitaria e i poteri occulti e l’opinione pubblica addossano la colpa ai gruppi dell’opposizione extraparlamentare, dal canto loro i vertici dell’esercito, della magistratura e del potere politico complottano per realizzare un colpo di Stato. Il capo del complotto sembra il giudice Riches, presidente della corte suprema, che espone a Rogas una sua visione della giustizia fondata su una statolatria totalitaria che soggioga l’individuo fino ad annullarlo; finito il colloquio, Rogas s’imbatte in Cres e capisce che sta andando a uccidere Riches, ma decide di non fermarlo e di fargli completare la sua vendetta. Prima di incontrare Amar, capo del maggior partito di opposizione, per informarlo del complotto, Rogas racconta tutto al suo amico scrittore Cusan. In un museo vengono trovati i cadaveri di Rogas e Amar. La spiegazione ufficiale è che siano stati uccisi da un terrorista, ma per Cusan e per il lettore la verità è ambigua: forse Rogas ha ucciso Amar, vedendolo sordo alla sua denuncia (perché, spiega il vice di Amar: «siamo realisti, signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione»), ed è stato ucciso dai servizi segreti. La ragion di stato ha coinciso così con la ragion di partito. (G. Traina)

Una parodia, recita il sottotitolo del romanzo che era spiegato nella Nota al testo come il «travestimento comico di un’opera seria» tant’è, concludeva Sciascia, «che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più».

Sciascia aveva cominciato a pensare al romanzo già dal 1968 e l’aveva terminato nel 1969, tenendolo però nel cassetto per più di due anni, prima di rivederlo, riscriverlo in parte e pubblicarlo. Scritto dunque dopo il movimento del 1967-68 e rivisto dopo la strage di Piazza Fontana e l’inizio di quegli anni Settanta che insanguinarono l’Italia e ne misero a rischio la tenuta democratica. Scritto vivendo non più il divertimento della scrittura, fondata sulla ragione e sull’ironia, ma la sofferenza che sarebbe stata anche quella provocata dagli attacchi delle successive polemiche. Scrive Traina (ancora nella sua monografia sciasciana del 1999): «l’indagine di Rogas sul golpe è causa di sofferenza, per il personaggio e per i lettori, guidati dall’autore verso la medesima presa di coscienza: “si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro”. Il capitano Bellodi del Giorno della civetta, uomo della Resistenza, aveva partecipato alla guerra di liberazione dal nazifascismo: era dunque abbastanza credibile nella sua lotta di liberazione della Sicilia (una parte di Stato), anche se in questa lotta si fosse dovuto “rompere la testa” contro il muro dell’omertà e della complicità. L’ispettore Rogas, dieci anni dopo, dovrebbe liberare lo Stato non da un nemico esterno o che proviene da una parte periferica di esso, ma dal nemico che si annida nel cuore dello Stato stesso: potrà ottenere, al massimo, di crepare il muro del potere vischioso che annulla le differenze fra governo e opposizione».

Il giallo è una sorta di mistero interpretabile e senza soluzione o ha una soluzione nascosta, non detta e indicibile? La critica ne ha a lungo discusso, intrecciando questa discussione con quella sull’evoluzione del poliziesco sciasciano e con quella della credenza e fiducia di Sciascia nel raggiungimento di una verità, per quanto imposturata dal potere (come avviene nel giallo tradizionale che ha sempre una soluzione conclusiva), o, viceversa della sua irraggiungibilità, in una dimensione sempre più relativisticamente pirandelliana, che non conclude, come ha sottolineato Massimo Onofri in alcune importanti pagine critiche dedicate al Contesto nella sua Storia di Sciascia. Onofri ha infatti citato, a proposito di questo «giallo senza soluzione», una dichiarazione di Sciascia nel suo noto libro-intervista a Marcelle Padovani: «Si potrebbe dire di me che ho introdotto il dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco!»

Onofri dedica pagine parimenti importanti all’analisi storico-filosofica (e di filosofia del diritto: tra realismo classico di Machiavelli e Hobbes, giusnaturalismo e teorie di Carl Schmitt) di quelle pagine che del libro costituiscono uno dei centri più importanti: il dialogo tra l’ispettore Rogas il Presidente della Corte Suprema Riches intorno ai temi della giustizia, del giudicare, del processo e dell’errore giudiziario. Il punto di vista di Riches costituisce, scrive Onofri, il «culmine di quella ontologia del dominio che Sciascia traccia nel romanzo». Sciascia stesso, nella già citata Nota, presentava la propria opera come «un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa».

Potere del governo, dello Stato, della ragion di stato e potere del contropotere dell’opposizione, del Partito Rivoluzionario (leggi: PCI), della ragion di partito: «L’uovo del potere e la gallina della rivoluzione», recitava una delle varianti della prima stesura del libro: quella che, come abbiamo detto, Sciascia tenne chiusa per due anni in un cassetto. Quella prima redazione consentirebbe forse di chiarire tanti problemi legati al contesto politico di quegli anni e alle successive polemiche da parte soprattutto dei compagni o ex compagni di strada della sinistra socialista, comunista ed extraparlamentare che attaccarono Sciascia come una sorta di traditore e reietto neo-liberale.

Si veda l’elenco degli interventi nella bibliografia delle polemiche (i testi sono raccolti in Leonardo Sciascia: la verità, l’aspra verità, a cura di Antonio Motta, Lacaita, Manduria, 1985, nell’ampia parte terza ad essa appositamente dedicata alle pp. 369-444).

La riscrittura sciasciana del romanzo è al centro del lavoro filologico di Paolo Squillacioti, nella sua Nota sul romanzo nella nuova edizione Adelphi delle Opere, per sua cura. Da essa, appunto, abbiamo tratto la significativa locuzione su citata sulla paradossale identità dei contrari politici, più volte ricorrente nelle pagine di Sciascia, in tanti dei suoi excursus storico-critici o d’invenzione letteraria nella pluritrasformistica storia d’Italia. L’indagine filologica resta peraltro senza conclusione, come il romanzo poliziesco intorno a cui indaga, poiché, scrive lo stesso Squillacioti, la «mancanza del dattiloscritto originale non consente affermazioni troppo recise».

Il contesto è certamente una delle opere più importanti nella biografia di Sciascia e nella storia della sua scrittura. Il che giustifica lo spazio ad esso qui dedicato, più ampio del solito, e la duplice selezione antologica che, senza sforare certi limiti, si concentra sul dialogo tra Rogas e Riches (per il quale valgano le considerazioni sopra già svolte) e sulle pagine precedenti del colloquio tra Rogas e lo scrittore Nocio, la cui moglie ospita Galano, direttore della rivista «Rivoluzione permanente». Su di lui Nocio dà dei taglienti giudizi che anticipano i poi ricorrenti giudizi sciasciani sulla categoria intellettuale del “cretino di sinistra” e sul suo funereo fanatismo cattolico, non lontano da quello dell’Inquisizione. Nocio legge anche dei versi sarcastici nei confronti degli estremisti pseudorivoluzionari o, si potrebbe dire, del malseme di Marx (mentre «il seme vivo di Marx è in coloro che soffrono / che pensano / che non hanno bandiere»). Versi destinati a restare nel cassetto per un’autocensura determinata da una prudente dissimulazione che confina o sconfina nel calcolo opportunistico che è alla base della «scommessa» pascaliana che Nocio replica nei confronti non più di Dio ma della rivoluzione.

L’ispettore Rogas e lo scrittore Nocio

L’ispettore Rogas e il Presidente della Corte Suprema Riches

 

Alfabeto pirandelliano

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Alfabeto pirandelliano

La vita e l'opera di Leonardo Sciascia sono intessute di un fitto e costante dialogo con l'opera di Luigi Pirandello, testimoniato da oltre una trentina di volumi, saggi, introduzioni, articoli, recensioni, discorsi: dalla Nota sulla poesia pirandelliana Ritorno, che Sciascia scrisse nel 1950, anno nel quale le Favole della dittatura inauguravano la sua storia letteraria, sino all'Alfabeto pirandelliano del 1989, anno della sua morte.

L’occasione del cinquantenario della morte di Pirandello, nel 1986, origina, tra le tante iniziative al riguardo, tre fondamentali contributi di Sciascia. Il primo è l’Omaggio a Pirandello, da lui curato per l’Almanacco letterario Bompiani 1987 (la cui appendice riproduce l’Almanacco del 1938, dedicato a Pirandello dopo la morte). Il secondo è il discorso tenuto a Palermo, in occasione della consegna del XII Premio Pirandello, il 10 dicembre 1986, giorno del cinquantesimo anniversario della morte dell’Agrigentino, e che fu pubblicato all’indomani sul «Giornale di Sicilia», col titolo Sicilia gran teatro del mondo e poi, nel 1989, su «Micromega», con il titolo di Pirandello, mio padre (già sottotitolo sul quotidiano). Il terzo costituisce il più importante e definitivo contributo di Sciascia agli studi pirandelliani: Pirandello dall’A alla Z, pubblicato come supplemento al n. 26 de «L’Espresso» (datato 6 luglio 1986), che tre anni dopo – con l’aggiunta di sette voci alle precedenti ventisei – sarebbe diventato l’ Alfabeto pirandelliano.

Sciascia aveva da sempre letto l’opera di Pirandello sullo sfondo, a lui comune, di Agrigento e della Sicila, sviluppando tale lettura specialmente nel corso degli anni Sessanta e Settanta, da Pirandello e la Sicilia a La corda pazza, quando l’articolò in chiave realistica e popolare, quasi folclorica, sulla scorta di Gramsci e della lettura di un pirandellismo in natura che escludeva la filosofia e la cultura dell’irrazionalismo novecentesco e la conseguente lettura che ne aveva fatto Adriano Tilgher. La persistenza di tale lettura siciliana dell’opera di Pirandello si evidenzia già a una prima e superficiale ricognizione delle sole voci da cui è composto il dizionario critico: dalla prima voce, ALCOZER – cognome preso «a campione dell’onomastica pirandelliana» in larghissima parte rintracciabile, secondo Sciascia, negli odierni elenchi telefonici della provincia di Agrigento - alla conclusiva voce dedicata allo ZOLFO.

Altre voci che compaiono subito dopo la prima, tuttavia, evidenziano immediatamente le novità interpretative dell’opera: BOBBIO e CRISTIANO, con la tematica della religiosità e del suo rapporto con lo scetticismo, DON CHISCIOTTE,con il tema del rapporto tra realtà e fantasia che è intrinseco a quello, pirandelliano, dei personaggi. Torna anche in maniera evidente, per quanto non tematizzata manifestamente in una specifica voce, la questione, centrale in Sciascia, del rapporto tra lo scrittore e il potere, tra Pirandello e il fascismo.

La Sicilia è ancora presente come sfondo costante e ineliminabile della lettura sciasciana: ne sono presenti i nomi, i luoghi (alle voci HOTEL DES TEMPLES, LUCCHESIANA), gli usi e le credenze (voci SPIRITI, SPIRITISMO e UDIENZA). La passata chiave di lettura del pirandellismo in natura viene replicata ma, nel contempo, limitata da precisazioni che indirizzano l’interpretazione critica in altre e ben differenti direzioni ermeneutiche che aiutano a comprendere l’opera di Pirandello in profondità, attraverso una serie di spunti di grande rilevanza critica. Le diverse chiavi di lettura che Sciascia applica a Pirandello sono non solo più consentanee e appropriate a Pirandello di quelle usate in passato, ma sono altresì di risolutiva valenza ermeneutica nell’ambito degli studi sciasciani,

visto che questa riflessione critica è anche autoriflessione e meditazione di poetica personale. Come sempre, ma qui, come non mai. Matteo Collura, il giornalista e biografo di Sciascia che a lui fu vicino per molti anni, ha perciò potuto, ben a ragione, scrivere: «ho sempre considerato l’Alfabeto pirandelliano il libro più sciasciano di Sciascia, quello in cui più ritrovo il suo pensiero e le sue ragioni dello scrivere» (Nota dell’autore a Alfabero eretico, Longanesi, 2002).

Approfondimenti

L’affermazione di Collura su citata è paradossale solo in apparenza perché il rapporto tra Sciascia e Pirandello si è manifestato e sviluppato come un rapporto tra figlio e padre e per questo motivo Sciascia, nello specchio, critico del rapporto con il padre Pirandello, ha visto apparire ogni volta l’immagine (sempre mutante col passare degli anni, del contesto storico e della propria storia individuale) della propria identità di scrittore. Di scrittore, non solo di critico, ché anche la sua narrativa è satura della presenza pirandelliana, specialmente negli anni Settanta e Ottanta: da Todo modo e La scomparsa di Majorana a Candido, Il teatro della memoria, Una storia semplice.

Il rapporto filiale rispetto a Pirandello è stato esplicitamente riconosciuto da Sciascia che lo ha interpretato, negli ultimi anni della sua vita, come un rapporto conflittuale, antagonistico, divenuto poi di progressiva identificazione, man mano che cadevano le remore e i misconoscimenti e i fraintendimenti della sua opera e, conseguentemente, le ragioni di contrapposizione e distacco su tutti i temi che all’opera di Pirandello si collegano: la Sicilia, la famiglia, il rapporto con la storia e il potere e, dunque, il fascismo, l’irrazionalismo e la concezione dell’identità e della verità. Temi che attraversano l’opera di Sciascia così come, di conseguenza, molte pagine del nostro sito sul Maestro di Regalpetra in cui, come i nostri lettori-navigatori sanno, si è già affacciato il nome di Pirandello e il tema del rapporto Sciascia-Pirandello (su cui, magari torneremo in futuro, con uno specifico focus che metta insieme gli sparsi accenni e riferimenti di questo ipertesto).

Pagine critiche molto importanti, di svolta nella critica sciasciana, ha scritto, per primo, Massimo Onofri nella sua, fondamentale, Storia di Sciascia (Laterza, 1994), libro che aveva avuto, non a caso, il suo incunabolo in un saggio pubblicato sulla «Rivista di studi pirandelliani» all’indomani della scomparsa di Sciascia. La monografia più completa sull’argomento è quella di Pietro Milone dal titolo L’udienza. Sciascia scrittore e critico pirandelliano (Vecchiarelli Editore, 2002).

Sull’argomento vedi anche, nello scaffale critico della nostra biblioteca virtuale, lo scritto di Salvatore Silvano Nigro, Il volto di Sciascia sulla maschera di Pirandello (in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro a cura di Matteo Collura, Almanacco Bompiani 1999, pp. 81-83).

Riportiamo l’indice completo delle voci dell’ Alfabeto pirandelliano, linkando quelle che abbiamo antologizzato ritenendole, sulla base di quanto sopra esposto, tra le più significative:

Cristiano, che in siciliano è pressoché sinonimo di uomo;

Pascal: in primo luogo il Blaise Pascal, filosofo-scienziato-teologo, dell’uomo nulla e Tutto a cospetto dell’infinito, legato al motivo copernicano in Leopardi e in Pirandello, nella cui opera, ispira il nome del protagonista del Fu Mattia Pascal;

Udienza: quella del giudice, quella dello scrittore che riceve i suoi personaggi e quella della Madonna dell’Udienza, in tre forme di giustizia più o meno inflessibili e spietate o, viceversa, misericordiose;

Zolfo: Ultima voce che Sciascia così concludeva: «Senza l’avventura della zolfara non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza. E per noi.»

Indice delle voci (in maiuscoletto le voci non presenti nel precedente Pirandello dall’A alla Z)

Abba

Alcozèr

Bobbio

Cristiano

Don Chisciotte

Eva

Filosofia

Girgenti

Goj

Hotel des Temples

Indice

J

Landi

Lucchesiana

Majorana

Mosjoukine

Nietta

Olivo

Pascal

Psicoanalisi

Qualcuno

Rensi

Serra

Sicilia

Spiriti, Spiritismo

Teatro

Tilgher

Tozzi

Udienza

Verità

Vestire gli ignudi

Wagon-restaurant

Zolfo

La strega e il capitano

Scaffale delle opere – Antologia di testi

La strega e il capitano

Ne La strega e il capitano Sciascia ricostruisce la storia del secentesco processo a Caterina Medici, domestica di un potente senatore milanese che, dopo alcune tremende coliche, l'accusa di avvelenamento. Del processo dell’Inquisizione, conclusosi con la condanna al rogo per stregoneria, avevano scritto Pietro Verri, in alcune pagine della Storia di Milano, e Alessandro Manzoni, in un fuggevole cenno del capitolo xxxi de I promessi sposi. Le carte di quel processo, scrive Sciascia nella Nota al testo, «dicono di fatti in cui l’ingiustizia, l’intolleranza, il fanatismo (e la menzogna di cui queste cose si coprono) hanno parte evidente o, quel che è peggio, nascosta».

Il racconto, scrive ancora Sciascia a conclusione della Nota, è un «sommesso omaggio ad Alessandro Manzoni, nell’anno in cui clamorosamente si celebra il secondo centenario della sua nascita».

«Un libro incompreso», oltre che tra «i meno fortunati» di Sciascia, lo definisce Paolo Squillacioti nella nota al testo della sua nuova edizione delle Opere per l’editore Adelphi, che cita al riguardo le posizioni di due dei più illustri studiosi sciasciani come Massimo Onofri e Giuseppe Traina.

A noi, invece, l’opera appare quanto meno quale fondamentale punto d’incrocio tra le tematiche della giustizia, dell’inquisizione, del fanatismo e dell’imbecillità e quella, all’opposto, della letteratura come difesa da tutti questi mali, come mostra il confronto intertestuale (di cui diciamo sotto) con Porte aperte. Non a caso abbiamo citato quest’opera in JE SUIS VOLTAIRE, JE SUIS SCIASCIA: un commento a caldo alla strage di Charlie Hebdo, non la prima né l’ultima strage figlia di una madre sempre incinta di cretini e fanatici assassini.

Il punto d’intersezione, all’interno dell’opera, è in un cretino di nome Vacallo che contribuisce, da testimone, alla condanna dell’innocente Caterina. Il capitano Vacallo, infatti, accusa anch’egli Caterina perché interpreta come fattura stregonesca i segni dell'amore che egli non è in grado di riconoscere in sé.

Il passo citato nell’occasione e nella pagina su ricordate è lo stesso che riportiamo anche all’interno del brano qui antologizzato.

Leggi il passo sul capitano Vacallo, quasi all’inizio del racconto, dopo le prime pagine dedicate a Manzoni e Verri.

Il confronto intertestuale: Vacallo è «un cretino che non riconosce in sé il divino, il divino dell'amore, il divino della passione amorosa. E viene da invocare (come Brancati, per un personaggio, che non sapeva precisare e definire l’aspirazione alla libertà, invocava i poeti che la libertà avevano cantato): perché il canto quinto dell'Inferno di Dante o quello della Pazzia di Orlando dell'Ariosto, un sonetto del Petrarca, un carme di Catullo, il dialogo di Romeo e Giulietta - proprio in quell'anno Shakespeare moriva - non volarono ad aiutare un tal nefasto cretino a guardare dentro di sé, a capirsi e a capire? Poichè nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.»

Il richiamo a Brancati diverrà esplicita citazione in Porte aperte: «Di quegli anni, forse appunto di quell’anno, per un pover’uomo che sentiva avversione all’iniquità senza riuscire a trovare parole per spiegarla, Vitaliano Brancati dice: “Perché un canto di Milton o di Leopardi sulla libertà, o il libro di un filosofo proibito non volò in soccorso di questo poveruomo, trafitto da tutte le sofferenze che un’anima onesta può ricevere dall’oppressione, e tuttavia incapace di dire perché soffrisse?”. Ma di questi soccorsi il piccolo giudice non era privo.»

Sciascia marca così l’opposizione tra chi, come il «cretino» capitano Vacallo, non ha il soccorso dei libri e chi, come, il «piccolo giudice», con quel soccorso trova le parole per dire la resistenza al potere, al male, al fascismo, al Codice Rocco; per formulare la sua critica e il suo giudizio.

Approfondimenti

Nella sua già citata Nota al testo, Squillacioti ricorda «la lettura ‘femminista’ di Dacia Maraini, che sottolinea come Sciascia abbia “ritrovato e fatto sue, dopo solitarie elaborazioni personali, alcune delle idee che da anni le donne, a gruppi o da sole, portano avanti».

Cfr. Dacia Maraini, Un giorno Sciascia entrò nella città delle donne, in «L’Unità», 22.11.1989, poi in «Nuove Effemeridi», n. 9, 1990, pp. 159-161, col titolo La strega e il matriarcato.

Già Ambroise, peraltro, ricorda sempre Squillacioti, aveva scritto, nel suo Invito alla lettura di Leonardo Sciascia, che il racconto era «anche un testo sulla malattia, sulla triade corpo-donna-medicina».

Todo modo

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Todo modo

Un famoso pittore racconta una strana avventura occorsagli quando, trovandosi in crisi creativa, capita per caso nell’eremo-albergo di Zafer, regno di don Gaetano, un prete luciferino che vi raduna ogni anno politici democristiani, alti prelati, industriali e potenti di vario tipo perché facciano gli esercizi spirituali e tessano nuove trame di potere. Il prete, coltissimo e spregiudicato, tiene in pugno i suoi ospiti e prova ad esercitare il suo fascino intellettuale anche nei confronti del pittore, laico e disincantato ma inizialmente non immune dalle “tentazioni” cattoliche propostegli da don Gaetano. Durante una teatrale recita del rosario viene ucciso un deputato, poi un avvocato; infine, anche don Gaetano. Polizia e magistratura sembra non abbiano troppa voglia di indagare e il pittore può lasciare l’albergo dopo aver detto al procuratore Scalambri di aver ucciso il prete: Scalambri, suo antico compagno di scuola, interpreta la battuta del pittore come un paradosso e lo lascia andare. Il romanzo si conclude con una lunga citazione dalla sotiedi André Gide I sotterranei del Vaticano. (G. Traina)

Le pagine di Todo modo che riportiamo nella nostra Biblioteca virtuale sono quelle in cui il pittore protagonista e voce narrante descrive l’arrivo nell’eremo-albergo di Zafer delle macchine, scortate da poliziotti motociclisti, di alti prelati e politici tra cui un cardinale ed un ministro.

Approfondimenti: vedi la scheda di Pietro Milone, in Novecento. Scenari di fine secolo, inserita nello scaffale critico della nostra Biblioteca virtuale.

La scomparsa di Majorana

Scaffale delle opere – Antologia di testi

La scomparsa di Majorana

Periodicamente, anche in questi primi mesi del 2015 in cui scriviamo, si rinnovano le rivelazioni giornalistiche sulla “seconda vita” sudamericana del fisico catanese Ettore Majorana, uno dei “ragazzi di via Panisperna” che negli anni Trenta lavoravano con Enrico Fermi alle ricerche sull’atomo. “Seconda vita” poiché la prima era ufficialmente terminata dopo la sua scomparsa nel 1938, durante una traversata in nave del mar Tirreno. Suicidio, si disse.

A una scomparsa volontaria, collegata allo sgomento per quanto Majorana avrebbe visto prima degli altri fisici che, negli anni successivi, avrebbero spinto le loro ricerche sino alla creazione della bomba atomica, pensò invece Leonardo Sciascia. Lo scrittore siciliano cominciò a interessarsi della vicenda di Majorana nei primi anni Settanta, a seguito dei contatti con un professore di Fisica all’Università di Catania, Erasmo Recami, che di Majorana aveva pubblicato vari documenti. Sulla base di altri materiali che Recami mise a sua disposizione e di lettere, fotografie e documenti privati ricevuti dalla sorella del geniale fisico siciliano, Sciascia costruì la sua inchiesta dalla quale, nacquero, al solito, molte discussioni e una polemica col fisico Edoardo Amaldi (un altro dei “ragazzi di via Panisperna”).

Gli undici capitoli del libro uscirono sul quotidiano «La Stampa» in sette puntate, tra il 31 agosto e il 7 settembre 1975. Erano trascorsi da poco trent’anni dallo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Nel capitolo X, Sciascia arriva al cuore del problema della responsabilità della scienza, ipotizzando appunto che Majorana abbia “visto” con sgomento il carico di tremenda possibilità distruttiva insito nelle ricerche che stava compiendo e che, con la sua scomparsa, abbandonò.

La fuga di Majorana, letterariamente letta nella chiave pirandelliana del Fu Mattia Pascal (e del successivo Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila), è compendiata da Sciascia nei versi di Thomas Stearns Eliot:«In una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento».

Approfondimenti: Sulla Scomparsa di Majorana vedi il percorso didattico di Francesca Vennarucci nello scaffale didattico. Una scheda didattica con allegati, a cura di Francesco Bonfanti, è scaricabile dal sito dell’ Associazione Amici di Leonardo Sciascia all’indirizzo http://www.amicisciascia.it/scuola/schede-didattiche.html

A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

Scaffale delle opere – Antologia di testi

A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

Il libro raccoglie i principali articoli giornalistici pubblicati da Sciascia fra il 1979 e il 1988 e che hanno come argomenti principali la mafia, la lotta alla mafia e l’amministrazione della giustizia. A futura memoria, raccogliendo organicamente i suoi testi più polemici, offre il ritratto più completo dello Sciascia “civile”, dopo gli appunti diaristici di Nero su nero e dopo La palma va a nord che però è soprattutto una somma di interviste, a volte ripetitive, più legate comunque agli anni dell’esperienza parlamentare. Come rivela il titolo, questo libro ha un preciso filo conduttore, la memoria: la necessità cioè che un popolo come l’italiano, molto avvezzo alla rimozione collettiva dei problemi più spinosi e complessi del vivere civile, ricordi parole e cose. Visto che al potere la mancanza di memoria fa sempre comodo. (G. Traina)

Riportiamo nella nostra Biblioteca Virtuale, l’ Introduzione, datata novembre 1989, che Sciascia scrisse pochi giorni prima della morte. Il libro uscì postumo, realizzato da Elisabetta Sgarbi e Mario Andreose che lo avevano proposto allo scrittore già gravemente malato e ricoverato in clinica. Facendo propria la loro proposta editoriale e lasciando, così, una memoria della sua testimonianza civile, Sciascia decise che la pietra tombale che poi chiuse quelle polemiche giornalistiche non dovesse essere anche una pietra sopra alle polemiche, nonostante l’evidente auspicio di un conseguente rasserenamento.

«Spero venga letto con serenità» erano infatti le parole conclusive, tra le ultime di Sciascia, in un messaggio testamentario che si proponeva di concludere le polemiche chiarendole definitivamente, per parte sua, mettendo il punto fermo dell’espressione finale delle sue intenzioni. Nel momento in cui diceva di voler sopire gli effetti più penosi e controproducenti di quelle polemiche, in quello stesso momento, inevitabilmente, Sciascia li riproduceva e approfondiva, man mano che, non potendo né volendo tacere, chiariva le polemiche e forniva, così, nuove ragioni di critica nei confronti di coloro che non volevano o non erano in grado di comprenderle.

«Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. […] Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è». Sciascia fu infatti candidamente inopportuno e incauto anche in quell’ultima circostanza nella quale non volle tradire né sé stesso né i suoi lettori: «Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli» era infatti la frase di Georges Bernanos che faceva da epigrafe al libro.

Confronti intertestuali: per meglio capire il senso della citazione di questa epigrafe bisognerà confrontarla con un passo di Nero su nero su Uno scrittore cattolico in cui Sciascia parla di Bernanos (e di Gide) e del compito dello scrittore nei confronti dei suoi lettori considerati non un indistinto pubblico ma un insieme di amici: «Un pubblico si conquista, gli

Nero su nero

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Nero su nero

Nero su nero raccoglie pezzi giornalistici usciti tra il 1969 e il 1979 che vanno a comporre una sorta di “diario in pubblico” che risente del contesto di quel decennio tanto importante nella storia dell’Italia repubblicana e dei suoi “misteri”.

La maggior parte di tali pezzi proviene dalla collaborazione al «Corriere della sera», a «La Stampa» e a «L’Ora». Nero su nero era il ricorrente titolo (o l’occhiello) degli articoli pubblicati da Sciascia sul «Corriere della sera» per poco più di due anni a partire dall’ottobre 1969. Dal marzo 1973, poi, Sciascia iniziò a scrivere su «La Stampa» un suo Taccuino che proseguì per un paio d’anni e poi, in maniera sempre più diradata, sino al 1977. Nel 1978, poi, scrisse numerosi pezzi nella rubrica Incidenze & coincidenze del quotidiano palermitano «L’Ora».

Paolo Squillacioti nella sua nota al testo della recente (2014) edizione del vol. II delle Opere per Adelphi, ricostruisce la provenienza e le varianti dei vari pezzi che compongono l’opera e fornisce materiali utili a spiegare titolo e intenzione dell’opera.

Il titolo è spiegato da Sciascia stesso, intervistato da Giuseppe Quatriglio: «Poiché lo scrivere è un metter nero su bianco – a far contenti coloro che mi proclamano pessimista – ho voluto dire che del pessimismo ho toccato il fondo: metto nero su nero. C’era un’intenzione ironica: ma è venuto fuori un bel titolo» (Ci sono dentro dieci anni della mia vita, in «Giornale di Sicilia», 12 settembre 1979).

Intenzioni, contenuti e modelli letterari comparivano nella quarta di copertina del libro: «Ho avuto come modello, forse, il “Journal” di Jules Renard; ma rileggendo, mi accorgo di essere andato vicino al “Diario in pubblico” di Vittorini. Pochi – alla Sainte Beuve – i veleni; al minimo le malignità; discrete le confessioni; molti gli appunti di lettura e rilettura; nessun ritratto, nessuna registrazione di incontri con persone degne di avere un ritratto (alla Saint-Simon o alla Retz). Un libro, tutto sommato, molto italiano; forse molto siciliano.»

La piazza del Gran Cancelliere, col titolo originario Qui non vogliamo scuole, era apparso in «Il Mondo», XXII, 905, 22 gennaio 1970, p. 22.

Uno scrittore cattolico (Georges Bernanos) era apparso nella rubrica Incidenze & coincidenze de «L’Ora», 1 giugno 1978.

Il cavaliere e la morte. Sotie

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Il cavaliere e la morte. Sotie

Questa sotie è il capolavoro testamentario di Sciascia, un “giallo” complesso e ricco di molte suggestioni. Narra di un Vice commissario di polizia, più isolato di un detective privato, che indaga sull’omicidio dell’influente avvocato Sandoz, individuandone subito il colpevole, sulla base di indizi addirittura esibiti: è il potentissimo industriale Aurispa, il regista, occulto ma non troppo, delle trame criminose che avvolgono l’Italia. Ma il Vicenon ha nessuna prova, solo intuizioni e confidenze scaturite da colloqui con altri personaggi, fra cui due donne molto in vista (la signora De Matis, di cui quasi s’innamora, e la signora Zorni, che invece lo infastidisce per la sua vacua loquacità) e un ex agente dei servizi segreti, il dottor Rieti, che gli offre una possibile spiegazione del delitto nel ricatto per i traffici internazionali di armi e droga in cui Aurispa è implicato, ma soprattutto nella “necessità” di attivare una nuova “strategia della tensione” creando dal nulla un nuovo gruppo terroristico pseudo-giacobino, i “Figli dell’ottantanove”. Alle prese con i depistaggi del Commissario Capo, che – succube com’è del potere – indaga solo sui terroristi, il Vice combatte dal canto suo, sul fronte privato, una stoica battaglia contro un tumore che lo strazia e lo avvicina alla morte: sfiduciato, sta per andare in ferie ma viene ucciso da uno sparo misterioso, non appena – indignato per la notizia dell’uccisione di Rieti – decide di riprendere le indagini. (G. Traina)

Il romanzo testamentario di Sciascia è stato letto da Giuseppe Traina, in uno tra i suoi primi e più bei saggi sciasciani, come una sorta di ars moriendi. In quanto tale è, al contempo, un’ ars vivendi che si sofferma sui valori da coltivare per resistere (più di quanto non sia possibile con inutili armi e armature) al dolore e al male della vita, della storia e del potere, dell’esistenza: la lettura e la memoria dei poeti prediletti; la divagazione del pensiero, dei sentimenti, della fantasia; il piacere nella gioia del corpo e dello spirito e nella letteratura.

Si tratta di una straordinaria testimonianza conclusiva dell’arte del Maestro di Regalpetra, non a caso ripetutamente citata nelle pagine del nostro dossier a lui dedicato.

Le pagine del Cavaliere e la morte che qui pubblichiamo sono quelle che precedono il capitolo finale in cui il Vice viene assassinato. In esse il protagonista, dopo aver riflettuto sulla degnità e indegnità dell’umanità a cospetto della vita, passeggiando per il parco e alla vista dei bambini che gli sopravviveranno, pensa al loro futuro da lì a dieci, venti, trent’anni: «Ci saranno, pensava, nel 1999, nel 2009, nel 2019: e che cosa il susseguirsi di questi decenni avrebbe portato per loro?».

Questa riflessione del protagonista è la testimonianza di una speranza del futuro delle nuove generazioni viva anche nel momento in cui la morte, individuale, si avvicina. La prova di una speranza collegata alla stessa scrittura di Sciascia ché nella scrittura, nella letteratura, è quella Memoria di cui in queste pagine si tratta. Senza di essa (senza la scuola, i libri, le biblioteche che la tramandano) non esiste futuro possibile per le nuove generazioni, per l’umanità.

Approfondimenti: vedi la scheda di Pietro Milone in Novecento. Scenari di fine secolo nello scaffale critico della nostra Biblioteca virtuale.

Porte aperte

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Porte aperte

A Palermo, nel 1937, un uomo uccide tre persone: la moglie, «l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento». Un caso semplicissimo sul piano giudiziario, perché l’assassino è reo confesso di delitti premeditati. Secondo il codice fascista, ci vuole la pena di morte, e l’opinione pubblica l’invoca. Ma il giudice a latere del processo è contrario alla pena capitale ed oltretutto «gli era toccato un caso in cui un uomo, anche il più giusto e sereno, il più illuminato di quella che i teologi chiamano la Grazia e quelli senza teologia chiamano la Ragione, deve fare i conti con la parte più oscura di sé, la più nascosta, la più ignobile appunto»: l’imputato, per l’appunto. Anche uno dei giurati popolari, un agricoltore bibliofilo e coltissimo, è contrario alla pena di morte, sicché – nonostante le pressioni del regime affinché essa sia esemplarmente comminata – il verdetto di primo grado sarà l’ergastolo. La pena di morte arriverà da un’altra giuria, in corte d’assise d’appello, e il “piccolo giudice” (in questo libro nessuno dei personaggi principali ha un nome) sarà punito nella progressione di carriera, ma avrà la certezza di avere raggiunto «il punto d’onore della mia vita, dell’onore di vivere».

La vicenda è vera e il “piccolo giudice” era il racalmutese Salvatore Petrone, che Sciascia incontrò qualche volta, ricavando da questi incontri l’impressione che il giudice avesse statura tanto bassa (“piccolo”) quanto alta era la sua coscienza morale. (G. Traina)

Nelle pagine che proponiamo, il protagonista, il «piccolo giudice», si rende penosamente visibile l’ignobile imputato che sta giudicando e, così facendo, fa i conti con la parte più oscura e più ignobile dell’uomo e, quindi, anche di sé, anziché rimuoverla, cancellarla, come pure avrebbe il desiderio di fare. Come hanno la tentazione di fare anche tutti coloro che cadono nell’illusione di realizzare una vita collettiva nettata da ogni male e che pretendano di farlo ricorrendo a diversi rituali di ordinata violenza come quella della pena di morte. Una pena che in passato si è ridotta a puro spettacolo: il «sublime delle anime ignobili […] come diceva Stendhal paragonando gli strazi dipinti dal Pomarancio e dal Tempesta in una chiesa romana allo spettacolo della ghigliottina in azione».

Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia

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Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia

Il romanzo racconta la storia di Candido Munafò, nato nel 1943, nella notte dello sbarco alleato in Sicilia, figlio di un avvocato e della signora Maria Grazia, che presto sarebbe fuggita con un ufficiale dell’esercito americano. Candido cresce con il padre (ma, rivelando un importante segreto professionale, ne causerà il suicidio), il nonno, ex gerarca fascista, e la governante Concetta che cerca invano di educarlo secondo principi cattolici e borghesi. L’impassibile Candido diventa l’allievo preferito di don Antonio Lepanto, prete inquieto che tenta di coniugare cattolicesimo, psicoanalisi e marxismo: cerca di psicanalizzarlo, ma il ragazzo resiste; gli fa frequentare la sezione del Pci, ma entrambi lasceranno il partito, delusi. Nel frattempo Candido ha conosciuto l’amore, prima portando via al nonno la giovane amante Paola, poi, partita costei, innamorandosi di Francesca, con la quale lascia il paese – e, serenamente, i suoi beni - per andare a vivere prima a Torino, come operaio, poi a Parigi, come meccanico; lei fa la traduttrice ed entrambi vivono felici, amandosi e amando la città libera e tollerante. Li raggiunge don Antonio, sempre in cerca di idee in cui credere, il quale alla fine del romanzo, davanti alla statua di Voltaire, lo propone a Candido come «il nostro vero padre». Candido lo allontana dalla statua e «Non ricominciamo coi padri – disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice». (G. Traina)

L’opera che Sciascia disse la sua più autobiografica, si muove tra l’esplicita ispirazione al Candido di Voltaire, richiamato nella Nota al testo, e il candore che Massimo Bontempelli aveva utilizzato come chiave d’interpretazione dell’opera di Luigi Pirandello. Uno, nessuno e centomila costituisce, infatti, un altro modello del Candido di Sciascia, la cui importanza è stata ben sottolineata: a partire da Massimo Onofri (nella sua Storia di Sciascia) per arrivare a chi scrive e cura queste pagine web (cfr. P. Milone, L’udienza. Sciascia scrittore e critico pirandelliano e Candido, un personaggio in cerca del destino, in Id., Sciascia: memoria e destino. La musica dell’uomo solo tra Debenedetti, Calvino e Pasolini).

Di Voltaire Sciascia cercava, come scrive nella Nota, la «velocità e leggerezza» dello stile che convertiva la gravità di quella fine anni Settanta di un terrorismo che sarebbe di lì a poco sfociato nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro.

Il testo, pur essendo uno dei più felici di Sciascia, non ha ricevuto i riconoscimenti che avrebbe meritato e meriterebbe, proprio perché ha lasciato un segno di graffiante ironia sulla società italiana di quel tempo: la stragrande maggioranza degli italiani di allora non ha perdonato né ancora perdona a Sciascia di aver sparso il bruciante sale dell’ironia sulle ferite delle proprie passate ideologie e illusioni, quand’anche abbia poi riconosciuto come appropriate e motivate le sue ragioni.

Uno dei passi di più feroce e spietata critica nei confronti del PCI, il partito per cui pure, appena due anni prima, Sciascia si era presentato alle elezioni è quello che riportiamo nella nostra Biblioteca virtuale. Candido, «comunista di natura» (ovverosia fuori degli apparati di Partito, delle gerarchie così come fuori delle gerarchie della Chiesa è il «cristianesimo di natura» suo e del suo autore che lo identificava col candore di Pirandello), vorrebbe regalare un suo terreno al comune affinché vi venga costruito un ospedale, ma un assessore del suo stesso partito lo va a trovare per proporgli una soluzione più vantaggiosa per quel sistema di tangenti e di corruzione che viene qui evidenziata con graffiante ironia.

Della vita che Candido conduceva tra casa, campagna e partito; e della proposta che gli fu fatta e non accettò.

Il giorno della civetta

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Il giorno della civetta

In un paesino della Sicilia viene ucciso il piccolo imprenditore Salvatore Colasberna, perché non voleva sottostare ai soprusi della mafia nella gestione degli appalti edilizi. Sul delitto indaga il capitano dei carabinieri Bellodi, ex partigiano parmense che vuole sconfiggere la mafia usando le armi del diritto. Si indaga sulla morte di un uomo, testimone del delitto; dall’interrogatorio della vedova di costui e del confidente Parrineddu, dopo lunghe resistenze, emergeranno i nomi dei killer. Sarà facile risalire al mandante, don Mariano Arena, il potente capomafia del circondario, arrestarlo e interrogarlo. Sarà invece impossibile dimostrarne la colpevolezza, data la protezione di cui il mafioso gode: alti magistrati, alti prelati, il deputato Livigni e perfino il ministro Mancuso hanno tessuto una rete di complicità (il lettore ne ha saputo qualcosa grazie a lacerti di dialogo inframmezzati al procedere delle indagini) che porta alla scarcerazione di Arena, mentre in parlamento il ministro afferma che la mafia esiste soltanto «nella fantasia dei socialcomunisti». Alla fine del romanzo Bellodi è a Parma: pur molto deluso dallo smantellamento della sua inchiesta, decide di tornare a combattere la mafia in Sicilia: «“Mi ci romperò la testa” disse a voce alta». (G. Traina)

Questa la trama del romanzo dal quale Sciascia ebbe la celebrità e al quale, però, egli non fu particolarmente affezionato, a maggior ragione se ad esso lo si voleva legare in qualità di “mafiologo”. Fu comunque l’inizio, per Sciascia, di una serie di “gialli” e polizieschi (genere su cui egli aveva già meditato e scritto) e, più generalmente, di inchieste o inquisizioni (come definite anche nella nuova edizione Adelphi delle Opere).

Del romanzo e delle pagine cruciali del confronto tra il capitano dei carabinieri Bellodi e il boss don Mariano Arena, diciamo anche nelle pagine del nostro dossier. Da quelle pagine sono appunto tratte quelle che riportiamo nella nostra Biblioteca virtuale e che mostrano come Sciascia anticipasse le tecniche d’investigazione successivamente adottate dai magistrati antimafia. Tant’è che si potrebbero intitolare queste pagine Nel covo dell’inadempienza fiscale. Se la scelta di queste pagine sembra assecondare quella lettura mafiologica che per Sciascia risulta riduttiva, essa testimonia, peraltro, una lucida visione del fenomeno che contraddice tante della immeritate e ingiuste accuse piovute addosso a Sciascia, negli anni successivi, a proposito della mafia e dell’antimafia.

Per approfondimenti puoi consultare i contributi inseriti nello scaffale critico della nostra Biblioteca virtuale (la scheda di Pietro Milone in Novecento. Scenari di fine secolo e il saggio di Paolo Squillacioti nella Letteratura italiana diretta da Alberto Asor Rosa) e varie pagine del nostro “Il Maestro di Regalpetra” (sotto-sito web dell’ITCG Matteucci), tra cui, in particolar modo, il ricco dossier relativo alla messinscena teatrale di Fabrizio Catalano.

Le parrocchie di Regalpetra

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Le parrocchie di Regalpetra

Si tratta del primo vero libro di Leonardo Sciascia. Così Sciascia stesso lo considerava, tant’è che la prima raccolta delle sue Opere (quella a cura di Claude Ambroise per l’editore Bompiani, nel 1987, Sciascia vivente e, quindi, coinvolto nel progetto editoriale) parte proprio da lì, escludendo le opere precedenti.

Fu l’editore Vito Laterza a commissionare il libro a Sciascia (e, infine, a trovarne il titolo) dopo aver letto sulla rivista «Nuovi Argomenti» le Cronache scolastiche che ne costituirono il nucleo originario (con la Breve cronaca del regime).

Sciascia stesso raccontò la nascita di quel libro nell’ Avvertenza a una successiva edizione (nel 1967, sempre da Laterza) da cui estraiamo il seguente passo:

«Nel 1954, sul finire dell’anno scolastico, mentre compilavo quell’atto di ufficio che è, nel registro di classe, la cronaca (appena una colonna per tutto un mese: ed è, come tutti gli atti di ufficio, un banale resoconto improntato al tutto va bene), mi venne l’idea di scrivere una più vera cronaca dell’anno di scuola che stava per finire. […]

Nell’autunno, portai il manoscritto a Calvino. Lo lesse, gli piacque; ma troppo breve per farne un “gettone”, e lo passò alla rivista “Nuovi Argomenti”. Nel numero 12, gennaio-febbraio 1955, le Cronache scolastiche furono pubblicate. Trovandomi a Bari quando appena il numero di “Nuovi Argomenti” era uscito, Vito Laterza mi chiese di scrivere tutto un libro sulla vita di un paese siciliano».

Le pagine che riportiamo aprono il libro e ne costituiscono una sorta d’introduzione che ne spiega scopi e significati e può fungere da introduzione (come infatti fungeva nell’edizione Bompiani delle Opere) a tutta l’opera di Leonardo Sciascia.

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