Favole della dittatura

Scaffale delle opere – Antologia di testi

Favole della dittatura

Esopo e Fedro sono le fonti classiche della moderna riscrittura delle favole di uno sciasciano Esopo moderno, come nel titolo dell’opera di Pietro Pancrazi che più d’uno spunto diede, sotto il fascismo, in epoca di dissimulazione e di nicodemismo, a un linguaggio esopico, allusivamente antifascista.

La modernità è anunciata dalle due epigrafi del libricino che circostanziano al contesto dello stalinismo e del fascismo la dittatura del titolo. Al fascismo rimanda infatti l’epigrafe di Longanesi col riferimento dissimulato alla «faccia di F. [Farinacci, ndr] quando è in divisa di gerarca»; e allo stalinismo rimanda l’epigrafe dalla Fattoria degli animali di Orwell col riferimento al viso dei maiali, cioè dei gerarchi del PCUS di Stalin.

Il libro di Orwell era stato appena pubblicato in appendice a «Il Mondo». Togliatti lo stroncava, sul numero 11-12 del 1950, di «Rinascita» in un articolo pieno d’ipocrisia e di gratuiti attacchi a Croce. «Bisogna picchiare gli uomini, per espellere dal cuore e dalla mente loro la passione per la libertà, la giustizia, l’eguaglianza; la passione per la generosa utopia. Picchiateli, torturateli, riduceteli un mucchio d’ossa e di carni sanguinolente; allora sarete sicuri di mantenere su di essi all’infinito il vostro potere», scriveva Togliatti, accusando Orwell (per il suo passato di funzionario della polizia imperiale inglese) proprio di ciò di cui questi aveva accusato i totalitarismi, anche in un suo altro libro da cui Togliatti certamente si sentiva chiamato in causa: Omaggio alla Catalogna (sulla guerra civile spagnola, un tema cui Sciascia fu sempre interessato, progettando su di essa un romanzo poi non compiuto che divenne L’antimonio,un racconto aggiunto all’edizione 1960 de Gli zii di Sicilia).

La prima favola sciasciana s’ispira a quella, celebre, di Fedro sul lupo e l’agnello, ma il lupo contemporaneo di Sciascia è molto più sbrigativo: «“… so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo».

Scrive Giuseppe Traina (nel suo Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, 1999), citando Massimo Onofri: «Insomma, le Favole della dittatura sono i primi testi di Sciascia contro il potere e i succubi del potere; non sono frutti caduchi dell’esperienza ancora recente del regime fascista né risulteranno senza sviluppi nella produzione sciasciana. Le pagine del Consiglio d’Egitto dedicate alla tortura di Di Blasi non si spiegherebbero senza le conclusioni di alcune di queste favole, che esibiscono un “lessico particolarmente sensibile allo strazio fisico, al martirio dei corpi”».

Pier Paolo Pasolini, nella sua recensione delle Favole della dittatura (in «La Libertà d’Italia», 9 marzo 1951, poi in Portico della morte, Roma, 1988) richiamava Pancrazi e anche Trilussa e Mario Dell’Arco (con il quale collaborava in quegli anni, con Sciascia, nelle sue ricerche sulla poesia romanesca tra le altre dialettali in Italia). E poneva Sciascia sulla sua stessa strada di «moralismo senza oggetto», di depurazione dei contenuti in «uno squisito pretesto di fantasia», di ricerca di un «valore di poesia», letterariamente collocandolo «tra due sue figure conterranee: la parola ferma, riflessa dal greco, di Quasimodo, e la discorsività amara e pungente di Brancati».

La favola del rospo

Scaffale storico-critico

BIBLIOTECA VIRTUALE

Scaffale storico-critico

 

I primi contributi che abbiamo inserito nella biblioteca virtuale sono articoli di più agevole leggibilità, utili come primo approccio alla figura e all’opera di Leonardo Sciascia.

Si tratta di due numeri di «Stilos. Il quindicinale dei libri».

Nel numero del 14 febbraio 2006 potete trovare, tra gli altri, un articolo di Valter Vecellio, ospite dell’incontro al Matteucci per il 25° sciasciano, il 20 novembre 2014, e della successiva tavola rotonda in occasione dell’inaugurazione della biblioteca “Leonardo Sciascia” di via Rossellini.

Nel numero del 14 marzo 2006 si legge un intervento di Andrea Camilleri, che rilegge, in chiave molto attualizzante, alcuni passi dell’introduzione di Sciascia alla Storia della colonna infame di Manzoni.

Una funzione propedeutica ha anche il ricco dossier Sciascia realizzato per il «Caffè illustrato» (la rivista diretta da Walter Pedullà), n. 49-50 del luglio-ottobre 2009.

Inseriamo in questo scaffale il dossier in quanto esso contiene tre interventi critici (Nino Borsellino, Walter Pedullà, Pietro Milone) e una fotobiografia sciasciana intessuta con la narrazione della vita di Sciascia da parte di Anna Maria, la minore delle due figlie dello scrittore. Segnaliamo però che il dossier contiene altresì testi inediti, rari e poco noti di Sciascia (solo alcuni dei quali sono stati inseriti, a parte, nell’antologia di testi dello scaffale delle opere).

Questo scaffale critico si arricchirà via via di ulteriori contributi: già pubblicati su riviste specializzate o in volume (e talora appositamente rivisti) e da noi ripubblicati in forma integrale (se otterremo il consenso degli autori) o, eventualmente, in forma antologica; oppure, se capiterà, appositamente scritti.

Tali contributi saranno per lo più di natura divulgativa, ma anche di più impegnativa lettura, adatta solo a un pubblico di docenti o di studenti più preparati (nei licei o nell’università) se in forma libera ma estendibile a tutti nel caso di lettura guidata da parte dei docenti, quando questo scaffale della Biblioteca virtuale sarà utilizzato – com’è nostra intenzione che sia – come risorsa per l’attività didattica.

 

 

 

Nel primo aggiornamento dello scaffale (marzo 2015), pubblichiamo una serie di contributi di alcuni tra i più importanti studiosi di Sciascia: da Giuseppe Traina e Ivan Pupo, italianisti, docenti universitari, autori di fondamentali studi e contributi bibliografici, a Paolo Squillacioti che sta curando per Adelphi la nuova edizione delle Opere di Sciascia; da Valter Vecellio, curatore della importante raccolta La palma va al Nord e, poi, di tanti e tanti altri scritti (e interventi in convegni, dibattiti e tavole rotonde), a Pietro Milone che è anche il curatore di questa Biblioteca Virtuale e del dossier on line “Il Maestro di Regalpetra” che la comprende.

Per i loro più importanti scritti, così come per quelli degli altri critici che saranno qui inseriti nei successivi aggiornamenti, si rinvia altresì alla bibliografia critica ragionata.

 

Pietro Milone

Riproduciamo di seguito, le tre schede sciasciane pubblicate (tra le oltre cinquecento sulle opere più significative della letteratura italiana del Novecento), in Il Novecento. Scenari di fine secolo 2, dir. Nino Borsellino e Lucio Felici, volumi di aggiornamento della Storia della letteratura italiana fondata da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Milano, Garzanti, 2001.

Le schede, alle pp. 751-756, sono su Il giorno della civetta – Todo modo – Il cavaliere e la morte.

Dello stesso autore si riproduce l’ Introduzione ai primi lemmi di un’enciclopedia sciasciana, in L’enciclopedia di Leonardo Sciascia. Caos, ordine e caso, a cura di Id., Milano, La Vita Felice, 2007, pp. 9-37 (si tratta degli Atti di un ciclo d’incontri, organizzato a cura degli Amici di Leonardo Sciascia e dell’Associazione degli Italianisti Italiani-Sezione didattica, nel gennaio-aprile 2006 presso il Liceo Visconti di Roma).

 

Ivan Pupo

Dei tanti studi che Pupo ha dedicato a Sciascia negli ultimi dieci anni (a partire da un saggio nella su citata Enciclopedia di Leonardo Sciascia, per arrivare a un prezioso contributo bibliografico con il quale ha ripescato centinaia di titoli di scritti sciasciani sparsi e dispersi), pubblichiamo Narrare l’Inquisizione. Appunti sul «paradigma indiziario» in Ginzburg e Sciascia, in «Spunti e Ricerche» [rivista dell’Istituto italiano di cultura di Melbourne, dir. Annamaria Pagliaro], 26, 2011, pp. 126-138.

 

Paolo Squillacioti

La nuova edizione, in corso, delle Opere di Squillacioti, dall’editore Adelphi, sta consegnando ai lettori e agli studiosi una messe di notizie storico-filologiche che contribuiranno di certo a ridisegnare non poco la critica sciasciana. Tra i precedenti studi di Squillacioti pubblichiamo qui l’importante saggio sul Giorno della civetta, in Letteratura italiana, dir. A. Asor Rosa, vol. 16, Il secondo Novecento. Le opere 1938-1961, ed. La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso, 2007, pp. 655-689 (ed. originaria: Torino, Giulio Einaudi, 1996).

 

Giuseppe Traina

Il fatto che, a distanza di 15 anni dalla sua pubblicazione (nel 1999, da Bruno Mondadori), il Leonardo Sciascia di Traina resti un insostituibile strumento di conoscenza e studio dell’opera di Sciascia (questa stessa Biblioteca Virtuale ne utilizza più pagine a introduzione delle opere nello scaffale dell’ Antologia dei testi), testimonia dell’importanza e del valore di quel suo libro come di tanti altri suoi studi sciasciani. Pubblichiamo qui due saggi usciti in rivista: L’eredità morale e letteraria di Sciascia, in «Siculorum Gymnasium», n.s., LVI, gennaio-giugno 2003, pp. 49-56; e Leonardo Sciascia e la “misteriosa ala della pietà”, in «Segno», XXXVI, nn. 317-318, luglio-agosto 2010, pp. 83-88.

 

Valter Vecellio

Vecellio non è un critico letterario ma un giornalista e, anche per questo motivo, autore di una critica militante (legata, altresì, alla sua lunga militanza radicale all’origine della lontana conoscenza personale di Sciascia). Già presidente dell’associazione Amici di Leonardo Sciascia, Vecellio è stato ed è infaticabile nella partecipazione a convegni, dibattiti, incontri su Sciascia. Da un incontro a Torino ha infatti origine il contributo, successivamente e per l’occasione rivisto, che qui pubblichiamo, dedicato a L’Affaire Moro.

 

 

                              

In questo secondo aggiornamento (aprile 2016) dello scaffale critico, pubblichiamo alcuni scritti di altri importanti studiosi di Sciascia che hanno risposto all’invito loro rivolto a contribuire al sito dedicato a quel Maestro di Regalpetra, che essi hanno avuto modo di conoscere e di frequentare, in alcuni casi per lungo tempo.

Con gli scritti di Matteo Collura, Antonio Di Grado, Antonio Motta, Salvatore Silvano Nigro,Massimo Onofri, Erasmo Recami, che si uniscono a quelli precedenti di Ivan Pupo, Paolo Squillacioti, Giuseppe Traina, Valter Vecellio – che tutti ringraziamo - e di Pietro Milone (che cura queste pagine), il lettore ha dunque un panorama estremamente rappresentativo, se non compiuto, della critica sciasciana degli studiosi che hanno tracciato il primo fondamentale quadro della biografia, dell’interpretazione e ricostruzione storico-critica dell’opera di Sciascia. Altro ancora, ovviamente, e parimenti significativo di quanto prodotto da altri studiosi, critici, scrittori più o meno giovani, in anni più o meno recenti, contiamo di pubblicare nei futuri aggiornamenti.

Il quadro che presentiamo non sarebbe stato completo in assenza dello sciascista principe, l’italianisant Claude Ambroise, la cui presenza vogliamo anche così ricordare, dopo la sua ancora recente scomparsa.

Claude Ambroise

Verità e scrittura s’intitolava il saggio che introduceva il primo volume dell’edizione Bompiani delle Opere assieme a una breve intervista (14 domande a Leonardo Sciascia); Polemos e Inquisire/Non inquisire s’intitolavano i saggi introduttivi dei due volumi seguenti, centrati sui temi chiavi dell’opera sciasciana. Ambroise è l’autore di quell’ Invito alla lettura di Leonardo Sciascia che ha costituito una delle prima monografie a lui dedicate (da Mursia, nel 1974, poi aggiornata nelle successive edizioni) e di molti altri scritti rimasti sparsi. Pubblichiamo qui L’uomo in rivolta, (in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro a cura di Matteo Collura, Almanacco Bompiani 1999, pp. 117-119).

Matteo Collura

Già redattore culturale del «Corriere della sera», Collura, che è anche critico letterario e scrittore, è l’autore della prima e fondamentale, al momento unica, biografia di Sciascia: Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996). A Sciascia egli ha dedicato tanti altri lavori (come il su citato Almanacco Bompiani pubblicato nel decennale della morte e ripubblicato nel ventennale, in edizione accresciuta, nella rivista «Panta»). Da uno di questi, l’ Alfabeto Sciascia(Longanesi, 2009)prezioso dizionario portatile, pubblichiamo tre voci: Abbondio, Giustizia, Mafia (le traiamo dalla prima edizione, 2002, intitolata Alfabeto eretico alle pp. 11-13, 79-86, 100-104).

Antonio Di Grado

Come direttore scientifico della Fondazione Leonardo Sciascia, oltre che come italianista, docente all’università di Catania, Di Grado ha curato svariati volumi e convegni e incontri dedicati a Sciascia. Per Sciascia dieci anni dopo, è il sottotitolo di un volume che raccoglie alcuni suoi saggi sciasciani e che ha nel titolo la traduzione di un verso di Mallarmé: “Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta” (Salvatore Sciascia Editore, 1999, con in copertina la splendida litografia di Bruno Caruso che è servita anche da locandina alle nostre iniziative del 25°).

Pubblichiamo qui un intervento a noi appositamente destinato (che riprende e aggiorna in maniera inedita un suo precedente scritto) e intitolato, semplicemente, Leonardo Sciascia.

Antonio Motta

Dal suo decentrato borgo di San Carlo in Lamis, Motta ha svolto e svolge la sua infaticabile attività di organizzatore culturale, intorno alla rivista di letteratura «Il Giannone» e al Centro Documentazione Leonardo Sciascia / Archivio del Novecento, da lui fondato. Tanti e fondamentali i suoi contributi: dai due pionieristici volumi da lui curati (Leonardo Sciascia: la verità, l’aspra verità, Manduria, Lacaita, 1985; e Il sereno pessimista. Omaggio a Leonardo Sciascia, Ivi, 1991) alla Bibliografia degli scritti di Leonardo Sciascia (Sellerio, 2009).

Riportiamo qui il suo Sciascia maestro, apparso nella raccolta Leonardo Sciascia: passeggiate e conversazioni (in «Nuova Antologia», aprile-giugno 2015). Evidenziamo che lo scritto contiene, oltre a un divertente aneddoto sull’idiosincrasia del maestro Sciascia (e anche Motta ha insegnato nelle scuole superiori) nei confronti di una burocrazia parolaia, due testi sciasciani: la poesia Due cartoline del mio paese (1948) e un articolo sul Pinocchio di Emilio Greco (del 1954).

   

                                                          

Salvatore Silvano Nigro

Docente in svariate università italiane e straniere, studioso erudito e, al contempo, critico-scrittore, Nigro ha curato Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri (Sellerio, 2003), volume che raccoglie note editoriali, quarte di copertina e risvolti scritti da Sciascia per i libri Sellerio (casa editrice di cui fu consulente, nume tutelare, deus ex machina). Dei numerosi scritti, articoli e interventi di Nigro su Sciascia ne pubblichiamo due dedicati ai rapporti con due importanti e da lui amatissimi scrittori del Novecento italiano: Pirandello e Savinio.

Sciascia e Savinio (in Omaggio a Leonardo Sciascia, Atti del Convegno di Agrigento 6-8 aprile 1990, a cura di Zino Pecoraro e Enzo Scrivano, Provincia di Agrigento. Assessorato alla Cultura e Pubblica Istruzione, 1991, pp. 175-179).

Il volto di Sciascia sulla maschera di Pirandello (in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro a cura di Matteo Collura, Almanacco Bompiani 1999, pp. 81-83).

Massimo Onofri

Critico militante e docente universitario (dopo un periodo d’insegnamento nelle scuole superiori da cui si congedò con una bella e polemica lettera intitolata Addio, mostri), Onofri è l’autore di una monografia che ha segnato una tappa fondamentale e un’importante svolta negli studi sciasciani: Storia di Sciascia (Laterza, 1994). Su Sciascia, Onofri è tornato in molti altri libri, saggi e articoli. Pubblichiamo qui due scritti dedicati ai rapporti di Sciascia con Brancati (e Borgese), Calvino e Pasolini.

Sciascia e Brancati (in Omaggio a Leonardo Sciascia cit.,pp. 163-174 qui riprodotto; poi, col titolo L’intellettuale disorganico: Sciascia, Brancati e Borgese in M. Onofri, Nel nome dei padri. Nuovi studi sciasciani, La Vita Felice, 1998).

Il ritorno delle lucciole. Sciascia oltre Calvino e Pasolini (in Studi in onore di Nino Borsellino, a cura di Giorgio Patrizi, Bulzoni, 2002, vol. 2, poi in Id., La modernità infelice. Saggi sulla letteratura siciliana del Novecento, Avagliano, 2003, pp. 153-162, qui riprodotte).

Erasmo Recami

Fisico e storico della fisica (professore ordinario all’università di Bergamo), Recami è biografo di Ettore Majorana (Il caso Majorana: epistolario, testimonianze e documenti, Mondadori 1987 e 1991 e, poi, Di Renzo 2002) e per questa ragione si è incontrato con Leonardo Sciascia e con la sua opera. È stato Presidente dell’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia. Pubblichiamo qui Sciascia e Majorana. Il problema della responsabilità dello scienziato (in «Studium», maggio-giugno 2014, pp. 407-415).

 

Scaffale delle opere – Antologia di testi

BIBLIOTECA VIRTUALE DI LEONARDO SCIASCIA

Scaffale delle opere – Antologia di testi

 

Da questa pagina si accede a una selezione antologica di testi sciasciani.

La scelta dei testi e gli eventuali commenti dei brani sono di Pietro Milone, curatore del dossier on-line Il Maestro di Regalpetra – A futura memoria, sezione dedicata a Leonardo Sciascia del sito web dell’ITCG C. Matteucci di Roma.

Le brevi sinossi introduttive delle opere da cui i brani sono tratti sono invece di Giuseppe Traina, che qui ringraziamo per la generosa collaborazione. Esse sono le stesse che introducono le voci del suo ancora insostituibile – per quanto non più ristampato - dizionario critico Leonardo Sciascia (Bruno Mondadori, 1999).

Dal libro di Traina è tratta altresì la seguente bibliografia delle principali opere di Sciascia, alla quale va aggiunto che oggi, da Adelphi, è in corso di pubblicazione una nuova edizione complessiva delle Opere a cura di Paolo Squillacioti.

Sono sinora (2015) usciti il volume I (Narrativa – Teatro – Poesia) e il volume II tomo I (Inquisizioni e Memorie).

 

 

Principali opere di Sciascia pubblicate in vita

 

Opere già pubblicate come libri autonomi e incluse nei tre volumi che raccolgono l’opera omnia, curati da Claude Ambroise per Bompiani e progettati insieme all’autore. Vengono indicate solo le prime edizioni o quelle successive, se presentano varianti o aggiunte. Tutte le opere di Sciascia sono ora singolarmente ristampate o in corso di ristampa presso l’editore Adelphi.

Favole della dittatura, Bardi, Roma 1950.

La Sicilia, il suo cuore, con disegni di E.Greco, Bardi, Roma 1952.

Pirandello e il pirandellismo, con lettere inedite di L.Pirandello ad A.Tilgher, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1953.

Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Roma-Bari 1956; 2° ed. accresciuta del capitolo La neve, il Natale, ivi 1963.

Gli zii di Sicilia, Einaudi, Torino 1958; 2° ediz. accresciuta del racconto L'antimonio, ivi 1961.

Il giorno della civetta Einaudi, Torino 1961.

Pirandello e la Sicilia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1961.

Il Consiglio d'Egitto, Einaudi, Torino 1963.

Morte dell’inquisitore, Laterza, Roma-Bari 1964.

L'onorevole, Einaudi, Torino 1965, con una nota introduttiva non ripubblicata successivamente.

A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966; 2° ed. accresciuta di una nota dell’autore, ivi 1967.

Racconti siciliani, con acquaforte di E. Greco, Istituto Statale d’Arte, Urbino 1966 (poi in Il mare colore del vino, vedi infra).

Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Einaudi, Torino 1969.

La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Einaudi, Torino 1970.

Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, con un saggio di G. Macchia e un’incisione di F. Clerici, Edizioni Esse, Palermo 1971; 2° ed. Sellerio, Palermo 1979.

Il Contesto. Una Parodia, Einaudi, Torino 1971.

I mafiosi, in “Il Dramma”, nn.11-12, 1972; poi in volume - con L'onorevole e Recitazione della controversia liparitana -,Einaudi, Torino 1976.

Il mare colore del vino, Einaudi, Torino 1973.

Todo modo,  Einaudi, Torino 1974.

La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1975; 2° ed. con una postfazione di L. Ritter Santini, ivi 1985.

I pugnalatori, Einaudi, Torino 1976.

Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, Einaudi, Torino 1977.

L'affaire Moro, Sellerio, Palermo 1978; 2° ed. accresciuta della Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia, ivi 1983.

Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo 1979.

Nero su nero, Einaudi, Torino 1979.

Il teatro della memoria, Einaudi, Torino 1981.

Kermesse, Sellerio, Palermo 1982 (poi in Occhio di capra, vedi infra).

La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo 1982.

Cruciverba, Einaudi, Torino 1983.

Stendhal e la Sicilia, Sellerio, Palermo 1984 (poi in Fatti diversi di storia letteraria e civile, vedi infra).

Occhio di capra, Einaudi, Torino 1984; 2° ed. ampliata, Adelphi, Milano 1990.

Cronachette, Sellerio, Palermo 1985.

Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sellerio, Palermo 1985.

La strega e il capitano Bompiani, Milano 1986.

1912+1, Adelphi, Milano 1987.

Porte aperte, Adelphi, Milano 1987

Il cavaliere e la morte. Sotie Adelphi, Milano 1988.

Alfabeto pirandelliano Adelphi, Milano 1989.

Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo 1989.

Una storia semplice, Adelphi, Milano 1989.

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) Bompiani, Milano 1989

 

 

Altri scritti sparsi e dispersi

 

Quel che segue non è una bibliografia, ma il semplice elenco di scritti sparsi e dispersi che trovate nella nostra Biblioteca virtuale. Ne diamo qui però, ovviamente, gli estremi bibliografici.

Alcuni dei testi che seguono sono compresi nel Dossier Sciascia de «Il Caffè illustrato» che però anche altri ne comprende.

 

Lasciamola ai sociologi, in «Nuovasocietà», 15 novembre 1975; ristampato, col titolo Organizziamo la fuga dalla città, in Sciascia un tenace concetto, a cura di Pietro Milone, Quaderno monografico allegato al numero di marzo 2010 di «Stilos».

Il termometro della vendetta, in «Quaderni radicali» n. 3, giugno-agosto 1978, pp. 23-26 [comunicazione sul terrorismo in Italia al congresso del Comitato degli Intellettuali per l'Europa delle Libertà, Parigi, 24-25 giugno 1978], poi ristampato in La palma va al nord, Roma, Edizioni Quaderni Radicali, 1981 (e Milano, Gammalibri, 1982).

Presentazione di Giuseppe Prezzolini, Il codice della vita italiana, in Quel Regno, questa Repubblica, Milano, Giuffrè, 1982; ristampato col titolo Ma la maggioranza è di furbi o di fessi? in Sciascia un tenace concetto, a cura di Pietro Milone, Quaderno monografico allegato al numero di marzo 2010 di «Stilos».

Il dolore, Testo di presentazione del VII Congresso internazionale di studi antropologici su “Il dolore. Pratiche e segni”, Palermo 1986, poi pubblicato in «Nuove Effemeridi», I, 1990, 9, pp. 8-9.

I giudici e l’ordinaria ingiustizia italiana, è il titolo dato, nel Dossier Sciascia de «Il Caffè illustrato» 49-50, luglio-ottobre 2009, al passo conclusivo della Prefazione a Raffaele Genah-Valter Vecellio, Storie di ordinaria ingiustizia, Milano, Sugarco, 1987.

LA BIBLIOTECA VIRTUALE

LA BIBLIOTECA VIRTUALE

di Leonardo Sciascia

 

Nella sezione-dossier del sito web del Matteucci curata da Pietro Milone e dedicata a Il Maestro di Regalpetra e alle iniziative di A futura memoria nel XXV anniversario della morte di Sciascia, la Biblioteca Virtuale costituirà una parte che speriamo potrà essere costantemente arricchita e aggiornata a vantaggio di docenti e discenti dell’Istituto e di tutto il web per i quali speriamo possa presto costituire una significativa risorsa di conoscenza e di studio.

La Biblioteca Virtuale si suddivide in alcuni scaffali di risorse documentarie di vario genere. Iniziamo con i primi tre:

-          Scaffale delle opere di Leonardo Sciascia – Antologia di testi

-          Antologia dei testi e scaffale storico-critico, con contributi critici sulla vita e sulle opere di Sciascia

-          Scaffale didattico, con percorsi o altri materiali didattici selezionati,

per i docenti e la loro programmazione, ma utile anche agli studenti in cerca di approfondimenti

Dal lavoro che ne scaturirà nascerà, speriamo, anche un altro scaffale di contributi, ricerche e tesine degli studenti. Presto, speriamo, ma non troppo: con il tempo necessario a dei lavori non superficiali né improvvisati.

 

 

JE SUIS VOLTAIRE, JE SUIS SCIASCIA

JE SUIS VOLTAIRE, JE SUIS SCIASCIA

Due settimane prima della tavola rotonda su Sciascia organizzata nella sede di via Rossellini dell’ITCG Matteucci, a Parigi, l’attentato a Charlie Hebdo e quello a un supermercato kosher, hanno portato ancora una volta all’attenzione mondiale i problemi legati all’integralismo estremista dei gruppi del terrorismo islamico.

L’episodio e la reazione da esso provocato nella popolazione parigina ed europea, negli stati e nelle istituzioni europee, tra gli intellettuali e i giornalisti e nell’opinione pubblica tutta, hanno evidenziato nella maniera più netta i fondamenti dei valori delle democrazie occidentali: libertà di pensiero ed espressione, rispetto, tolleranza, pluralismo delle idee, spirito critico. In una parola: laicità della cultura (intesa come insieme di quei valori, inclusi quelli religiosi quando collegati agli altri su indicati, quando cioè espressione di un pensiero che non si pretenda fanaticamente unico).

Quei valori sono gli stessi che Sciascia abbracciò e difese nel corso della sua vita, polemicamente, con pagine di un’ironia spesso formidabile. Di modo che, in coincidenza dei fatti di Parigi e ricordando uno scritto di Sciascia del 1978, Il termometro della vendetta, che molto calzava a quei fatti - poiché si scagliava contro tre componenti esiziali per la cultura (e la democrazia) quali l’imbecillità, il fanatismo, e lo spirito di vendetta, e poiché si ricollegava a un personaggio chiave della cultura illuministica e liberale europea, quale Voltaire - il Matteucci ha idealmente “aderito” alla campagna di solidarietà a Charlie Hebdo (“je suis Charlie”) appositamente dedicando ad essa una speciale home page del suo sito web.

Riproduciamo qui di seguito l’immagine che è stata mantenuta come home page del sito web del Matteucci sino ai giorni immediatamente successivi alla tavola rotonda su Sciascia.

biblioteca Leonardo Sciascia

I valori di quella cultura sono i valori della scuola laica che Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Repubblica, definì «un organo “costituzionale”» ematopoietico, «da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi» della democrazia, assicurandone la vita.

La nota foto di Sciascia davanti la statua parigina di Voltaire è di Ferdinando Scianna, il grande fotografo siciliano ed europeo la cui carriera fu propiziata proprio da Sciascia quando egli, giovanissimo, ne divenne amico.

«Je suis Voltaire», «Je suis Sciascia», è un omaggio alla laicità che ricorda il suo già citato scritto che costituiva una comunicazione inviata al congresso del Comitato degli Intellettuali per l'Europa delle Libertà (il 24-25 giugno 1978, a Parigi).

Il terrorismo con cui si era allora alle prese era di altro genere, ma i problemi che poneva erano simili e simili talora le reazioni. Identico il fanatismo che lo alimentava, quand’anche, dietro ai fanatici, ci fossero – come c’erano – altre e più raffinate menti.

L’intellettuale bersaglio degli imbecilli e dei fanatici

Leonardo Sciascia, Il termometro della vendetta

[…] Alla voce «Uomo di lettere», che noi oggi possiamo tradurre con «intellet­tuale», il Dizionario filosofico dice che «la più grande disgrazia per l'intellettuale non è essere oggetto di invidia da parte dei suoi colleghi, o vittima di intrighi, o di essere disprezzato dai potenti; ma il fatto di essere giudicato dagli imbecilli». Imbecilli che, talvolta, vanno parecchio oltre; più specificatamente quando, al­l'imbecillità, si somma il fanatismo e, al fanatismo, lo spirito di vendetta.

Fissiamo dunque questo elenco, del tutto esauriente, di elementi che fanno lega contro gli intellettuali: Voltaire li classifica in ordine di importanza, dal più debole al più grave:

1) l'invidia dei colleghi;

2) gli intrighi;

3) iI disprezzo dei potenti;

4) l'imbecillità;

5) l'imbecillità + il fanatismo;

6) l'imbecillità + il fanatismo + lo spirito di vendetta.

Voltaire, perché è lui stesso che li ha individuati, è vissuto in una società nella quale questi elementi erano tutti contro di lui, benché fossero poco efficaci, come si vede quando confrontiamo la qualità eccezionale di quel che egli dice, e la stessa quantità con i contraccolpi provocati: contraccolpi, tutto sommato, leggeri. Gli elementi elencati al punto 6 — sono tre e, insieme, fanno una somma terribile — contro di lui funzionarono ad un certo punto. Li abbiamo visti funzionare, con forza integrale e totale, sotto il fascismo; contro Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Antonio Gramsci; e forse di recente, ma in modo più oscuro, in periodo antifascista, contro Pier Paolo Pasolini. È certo che, se non fosse stato mortalmente colpito dallo spirito di vendetta, Pasolini avreb­be dovuto fare i conti — dolorosamente, giorno dopo giorno — con l'imbecillità e il fanatismo. […]

Da Il termometro della vendetta (in «Quaderni radicali» n. 3, giugno-agosto 1978)

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Contro l’imbecillità, il fanatismo e lo spirito di vendetta

PIÙ SCUOLE, PIÙ BIBLIOTECHE, PIÙ LIBRI

Il soccorso dei libri del «piccolo giudice»

Ne La strega e il capitano Sciascia ricostruisce la storia del secentesco processo a Caterina Medici, domestica di un potente senatore milanese che l'accusa di avvelenamento. Del processo aveva scritto Pietro Verri in alcune pagine della Storia di Milano e Manzoni in un fuggevole cenno del capitolo xxxi de I promessi sposi. Le carte di quel processo, scrive Sciascia, «dicono di fatti in cui l’ingiustizia, l’intolleranza, il fanatismo (e la menzogna di cui queste cose si coprono) hanno parte evidente o, quel che è peggio, nascosta».

Uno dei testimoni chiave della vicenda, che contribuisce alla condanna dell’innocente Caterina è un cretino di nome Vacallo. Il capitano Vacallo, infatti, accusa anch’egli Caterina perché interpreta come fattura stregonesca i segni dell'amore che egli non è in grado di riconoscere in sé. Egli è dunque

«un cretino che non riconosce in sé il divino, il divino dell'amore, il divino della passione amorosa. E viene da invocare (come Brancati, per un personaggio, che non sapeva precisare e definire l’aspirazione alla libertà, invocava i poeti che la libertà avevano cantato): perché il canto quinto dell'Inferno di Dante o quello della Pazzia di Orlando dell'Ariosto, un sonetto del Petrarca, un carme di Catullo, il dialogo di Romeo e Giulietta - proprio in quell'anno Shakespeare moriva - non volarono ad aiutare un tal nefasto cretino a guardare dentro di sé, a capirsi e a capire? Poichè nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.»

Il richiamo a Brancati diverrà esplicita citazione in Porte aperte:

«Di quegli anni, forse appunto di quell’anno, per un pover’uomo che sentiva avversione all’iniquità senza riuscire a trovare parole per spiegarla, Vitaliano Brancati dice: “Perché un canto di Milton o di Leopardi sulla libertà, o il libro di un filosofo proibito non volò in soccorso di questo poveruomo, trafitto da tutte le sofferenze che un’anima onesta può ricevere dall’oppressione, e tuttavia incapace di dire perché soffrisse?”. Ma di questi soccorsi il piccolo giudice non era privo.»

Sciascia marca così l’opposizione tra chi, come il «cretino» capitano Vacallo, non ha il soccorso dei libri e chi, come, il «piccolo giudice», con quel soccorso trova le parole per dire la resistenza al potere, al male, al fascismo, al Codice Rocco; per formulare la sua critica e il suo giudizio.

«Poichè nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende.»

A futura memoria contro i cretini e i fanatici

«Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici, son tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italico. Lo stato che il fascismo chiamava “etico” (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l’etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di di delitti e delle associazioni criminali come mafia, ‘ndrangheta, camorra. E continueranno a crederlo.»

Così si concludeva l’introduzione di A futura memoria, raccolta delle polemiche con i tanti avversari che da anni insistevano su misure repressive speciali in tema di mafia (e, prima, di terrorismo) senza tener conto che Sciascia, sin dai tempi del Giorno della civetta, aveva già individuato la successiva via maestra della lotta alla mafia (poi imboccata da tanti magistrati): quella del semplice controllo fiscale e dei conti bancari, chiave di accesso, sin dalla fonte, agli arricchimenti illeciti di una criminalità organizzata già allora, e poi sempre più, legata ai poteri politici e a quelli economico-finanziari.

Le manifestazioni del 21 gennaio 2015

A futura memoria

Le manifestazioni del 21 gennaio 2015

Dopo l’incontro del 20 novembre 2014 intitolato A futura memoria: ricordo di Leonardo Sciascia, le iniziative dell’I.T.C.G. “C. Matteucci” nel XXV anniversario della morte dello scrittore siciliano sono proseguite con una seconda giornata, il 21 gennaio 2015, nella sede di via Roberto Rossellini.

La mattinata si è svolta in due momenti legati a due iniziative differenti ma entrambe legate al nome di Sciascia:

la tavola rotonda dedicata ai temi della giustizia e della verità, fondamentali nella sua opera, la cui discussione è stata anticipata nelle pagine web ad essi dedicati;

la cerimonia d’inaugurazione della biblioteca “Leonardo Sciascia” (la biblioteca scolastica intestata al Maestro di Regalpetra).

Locandina A Futura Memoria secondo evento

La tavola rotonda: Sciascia: giustizia e verità. Trame e misteri d’Italia

Alla tavola rotonda hanno partecipato Valter Vecellio, giornalista; Emanuele Macaluso, politico e giornalista, storico dirigente del PCI; Rosario Priore, magistrato, giudice istruttore per il caso Moro, Ustica, l’attentato a Giovanni Paolo II e altri famosi casi di violenza e terrorismo.

(Vedi la pagina dedicata agli ospiti della tavola rotonda).

Ospiti Tavola Rotonda Leonardo Sciascia

La tavola rotonda, aperta ai familiari degli studenti e alla cittadinanza (che ne aveva avuto notizia dalle pagine romane del «Corriere della sera» e da Radio Radicale), era indirizzata principalmente alle classi quinte delle diverse sedi dell’istituto che vi hanno assistito con la classe quarta del Rossellini, una rappresentanza delle classi quarte della sede centrale e un folto numero di docenti ed ex docenti del Matteucci.

Pubblico Tavola rotonda

In apertura dei lavori, dopo il saluto agli ospiti, Maria Gemelli, Dirigente Scolastico del Matteucci ha illustrato il senso dell’iniziativa e il valore ad esso attribuito nella riqualificazione della sede di via Rossellini (nel corso della manifestazione il Dirigente ha rilasciato una intervista alla redazione del sito Diregiovani.it).
Dopo la giornata di lavori straordinari di recupero e risistemazione dell’area verde circostante la scuola, l’inaugurazione della ristrutturata biblioteca – con la tavola rotonda che ad essa si lega - segna un momento di svolta e un segnale della volontà di un pieno recupero possibile grazie al contributo di tutti. Un segnale del «tenace concetto» di cui già si era detto nell’incontro del 20 novembre dedicato al Maestro di Regalpetra.

Più scuole e più biblioteche, più cultura, più spirito critico: questi sono, con la legge, gli antidoti alla mafia, alle mafie. E al disagio sociale. La Dirigente lo ha sottolineato leggendo un ironico passo di un articolo scritto da Sciascia negli anni Settanta (poi raccolto in Nero su nero), a proposito di una scuola tra le immondizie di una zona degradata di Palermo.

(Vedilo nello scaffale dei testi → Nero su nero, La piazza del Gran Cancelliere)

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Sulla “buona scuola” del pensiero critico e della memoria è poi intervenuto, introducendo il dibattito, Pietro Milone, docente del Matteucci e curatore della sezione del sito web della scuola dedicata al Maestro di Regalpetra, dove è ampiamente spiegato il contributo che l’opera di Leonardo Sciascia può dare ai valori che ispirano la scuola della Repubblica, definita da Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione, «un organo “costituzionale”» ematopoietico, «da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi» della democrazia, assicurandone la vita.

I valori di una scuola laica: nel senso più pieno, che contempla un pluralismo di visioni e di valori, anche religiosi ma non fanatici né intolleranti, come nello spirito di quell’illuminismo francese al quale Sciascia, per lunghi anni s’ispirò. Je suis Voltaire, je suis Sciascia come riassunto nello “slogan” che, in coincidenza con l’attentato parigino a Charlie Hebdo, ha ispirato la provvisoria home page del Matteucci, sulla nota e bella foto di Ferdinando Scianna che ritrae appunto Sciascia a Parigi, dinnanzi alla statua dell’intellettuale che riuscì a farsi odiare e perseguitare tanto dai gesuiti quanto dai calvinisti.

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Con alcune “provocazioni” sull’assenza di verità e giustizia intorno ad alcuni misteri d’Italia (il caso Moro, ad esempio, ai margini del quale avvenne una contesa giudiziaria tra il segretario del PCI Berlinguer e Sciascia in merito al coinvolgimento dei servizi segreti cecoslovacchi), si è avviato il dibattito della tavola rotonda.

L’intera discussione si può seguire grazie al video di Radio Radicale. Ci limitiamo dunque, qui, a ricordare due soli passaggi degli interventi di Vecellio e Macaluso, in quanto più direttamente legati al rapporto tra Leonardo Sciascia e la scuola e i giovani.

Valter Vecellio, all’inizio suo intervento, ha detto: «Se ci potesse vedere, credo che Sciascia sarebbe compiaciuto di sapere che c’è una biblioteca scolastica a suo nome. Io spero che ce ne siano molte di biblioteche scolastiche e scuole a lui dedicate. Temo che ce ne siano molto poche. Dico questo non solo perché Sciascia, per una parte della sua vita, è stato maestro di scuola, suo malgrado», ma anche perché quando, nelle interviste, «gli si chiedeva cosa fare contro la mafia e il terrorismo più volte rispondeva: più maestri, più scuole, più libri».

Valter Vecellio   Emanuele Macaluso 
 Intervento di Valter Vecellio  Intervento di Emanuele Macaluso

Emanuele Macaluso ha iniziato e concluso il suo intervento affermando l’attualità dell’opera di Sciascia, la cui conoscenza deve ripartire dalle scuole.

«Devo ringraziare la scuola che dedica la sua biblioteca a Leonardo Sciascia – ha detto in conclusione - perché c’è stato e c’è ancora un tentativo di cancellare questo grande scrittore dall’album dei grandi scrittori italiani. Io ritengo invece che proprio la sua vocazione a intrecciare i suoi racconti con queste tematiche [la verità, la libertà e la giustizia di cui si è discusso nella tavola rotonda, ndr] ne fanno uno scrittore che ancora oggi ha tanto da dire alle nuove generazioni».

Tavolo relatori

L’inaugurazione della biblioteca “Leonardo Sciascia”

Al termine della tavola rotonda, si è svolta la cerimonia d’inaugurazione della biblioteca “Leonardo Sciascia”(nei rinnovati locali della biblioteca scolastica) da parte del dirigente scolastico Maria Gemelli e di Fabrizio Catalano, regista e nipote dello scrittore di Racalmuto, che ha scoperto la targa commemorativa che a Sciascia ha dedicato e intestato la biblioteca.

Il video
(premere in basso a destra per ingrandire)

Sulla biblioteca scolastica, sui lavori di recupero e sul risultato finale, ci soffermiamo in altre pagine del nostro sito ad essa specificamente dedicate. Qui ricordiamo le motivazioni che hanno portato ad intestare a Sciascia la biblioteca e il significato della targa che ricorda questo evento.

Targa Biblioteca Sciascia

A futura memoria (se la memoria ha un futuro), recita la dedica della targa, citando il titolo del libro testamentario di Sciascia. Ci sembra una frase di buon auspicio sebbene, molto probabilmente, qualcuno la dirà pessimistica, a causa del dubbio che esprime, senza perciò gradirla né capirla. Qualcuno che quasi sicuramente è apologeta o vittima, magari ignara, delle magnifiche sorti e progressive,dell’apologia di un progresso su cui Sciascia – come Leopardi e Pirandello prima di lui – nutriva non pochi dubbi, come dimostra una delle sue Favole della dittatura, quella sul rospo ricordata anche da Emanuele Macaluso nel corso del suo intervento alla tavola rotonda. Di pessimismo Sciascia fu più volte accusato, rispondendo più o meno: - Che colpa ho io se descrivo una realtà che è pessima?

Meglio, peraltro, partendo dal pessimismo della coscienza arrivare a un ottimismo della volontà (il «tenace concetto»), per cambiare la realtà, che coltivare un ottimismo della coscienza tanto più sterile quanto più legato al quietismo di una conseguente assenza di volontà. A noi dunque che abbiamo voluto quella dedica, essa piace – in quanto docenti, intellettuali ed educatori - non a dispetto ma proprio in forza del dubbio che essa parinteticamente include e che dovrebbe quotidianamente assediare le nostre coscienze.

Il dubbio che la memoria – che s’identifica con la cultura ed è anche necessaria premessa di una cittadinanza consapevole e attiva - possa scomparire o affievolirsi in una scuola come quella che già Sciascia immaginava nel Cavaliere e la morte ( vedi Sciascia, la scuola, la Memoria e i valori) e in una società che ignora o trascura i libri e la lettura senza più doverli neanche mandare al rogo, come nella distopia del romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Una società senza più quelle biblioteche che – a maggior ragione di un solo libro – tramandano la memoria. Chi pensa, oggi, alla memoria, alla scuola e alle biblioteche?

Ricordare tutto questo è il miglior modo per non smettere mai di difendere la Memoria.

La targa della biblioteca riporta una frase di Sciascia sulla giustizia.

La frase è tratta da un’ intervista di Claude Ambroise anteposta al primo volume della raccolta Bompiani delle Opere. In essa l’autore spiega l’importanza del tema della giustizia nella sua opera:

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina – scrittura dello strazio – in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile».

Inaugurazione biblioteca pubblico tavola rotonda

 

“Caccia ai libri per la memoria del futuro”.

Un appello ai lettori e fan di Sciascia

La biblioteca sarà specializzata in diritto, educazione alla legalità, giustizia, mafia e antimafia e legata a tutti i temi presenti nell’opera di Sciascia. La casa editrice Adelphi ha donato alla biblioteca una scelta delle opere di Sciascia che poi completerà.

Dai microfoni della trasmissione Fahrenheit di Radiotre, il pomeriggio del 20 gennaio, con la notizia dell’inaugurazione della biblioteca, è partita l’iniziativa di una straordinaria “Caccia ai libri” per fornire la biblioteca di una più consistente dotazione libraria.

Della “Caccia ai libri per la memoria del futuro” diamo notizia in altra pagina del sito. Nell’ambito sciasciano di queste pagine, ci limitiamo a rivolgere il medesimo appello a una donazione di libri a tutti coloro che da editori, librai, scrittori, critici e studiosi o semplici lettori di Sciascia si considerino legati a Sciascia e alla sua opera.

Su loro, in primo luogo, contiamo per arricchire la biblioteca a Sciascia dedicata con libri di narrativa e saggistica, sui temi legati all’opera di Sciascia: dalla Sicilia, la sua storia e la sua letteratura (gli autori a Sciascia più cari: da De Roberto a Borgese, Brancati, Pirandello, Francesco Lanza ecc), alla Francia e alla Spagna della guerra civile, al contesto dell’Italia degli anni Settanta, delle BR, dell’affaire Moro… e via elencando quei temi ben noti ai lettori sciasciani e da noi in parte richiamati quando abbiamo abbozzato un rapido profilo, tra diversi ambiti e discipline, dellenciclopedia di Leonardo Sciascia.

Ai lettori e ammiratori di Sciascia, per primi, nel suo nome, ci rivolgiamo. Ma non solo a loro.

Chi voglia contribuire alla caccia può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure può inviare direttamente i libri (meglio se accompagnati da e-mail o lettera) a

Biblioteca “Leonardo Sciascia” c/o ITCG C. Matteucci
Via Roberto Rossellini, 5
00139 ROMA

 

Registrazione video della Tavola Rotonda del 21/1/2015

Tavola rotonda al Matteucci in occasione dell'inugurazione della biblioteca Leonardo SciasciaRegistrazione video della Tavola Rotonda Giustizia e verità. Trame e misteri d’Italia che si è tenuta presso la sede di via Rossellini il giorno 21 gennaio 2015 in occasione dell'inaugurazione della Biblioteca dedicata a Leonardo Sciascia.

Il video è stato pubblicato da Radio Radicale e consente di ascolatare gli interventi degli ospiti che hanno partecipato alla Tavola Rotonda:

>> apertura pagina: www.radioradicale.it/scheda/431543

>> Inaugurazione della Biblioteca dedicata a Leonardo Sciascia: il programma di massima e tutta la documentazione

Verità e giustizia: temi della tavola rotonda

Verità e giustizia nel Giorno della civetta

« “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.”

[…] “Lei ha aiutato molti uomini” disse il capitano “a trovare la verità in fondo a un pozzo.”

Il brano su citato è tratto dal Giorno della civetta e fa parte del dialogo tra don Mariano, il boss mafioso, e il capitano dei carabinieri Bellodi che lo sta sottoponendo a un duro interrogatorio.

La relativistica e pirandelliana affermazione di don Mariano sulla verità (che non esiste e non si può raggiungere) va considerata in quanto parte della testimonianza di un mafioso: come componente ed espressione di un atteggiamento di reticente negazione della verità giudiziaria e, più in generale di qualsiasi verità (per tagliare corto all’interrogatorio e a qualsiasi discussione). L’affermazione è ispirata, dunque, a una sorta di giustificazione ideologico-culturale, sul piano del sentire comune (tanto più se siciliano), di un atteggiamento omertoso.

Omertosa è l’intenzione e la prospettiva mafiosa di don Mariano che parla anche con un vago, ma riconoscibile, proposito intimidatorio che Bellodi coglie, come dimostra la sua risposta che allude all’eliminazione, da parte della mafia, di persone informate dei fatti e depositarie di verità nascoste: testimoni di giustizia, possibili testimoni, inquirenti scomodi e ostinati.

Bellodi stesso viene “eliminato”. Non ucciso ma allontanato grazie al provvidenziale intervento di un politico legato alla mafia, una sorta di Conte zio di quei Promessi sposi che per Sciascia fotografano ancora oggi tanti aspetti di una situazione italiana immutata (quando, talora, non immutabile).

Il confronto tra Bellodi e don Mariano è il momento clou del romanzo e della sua trasposizione teatrale. Il passo citato segue di poco quello della celeberrima divisione dell’umanità in cinque categorie: gli uomini, pochi, e via via, in giù, fino alla sterminata moltitudine dei quaquaraquà. A quelle battute di don Mariano, nelle rappresentazioni della prima messinscena in Sicilia, venivano giù i teatri dagli applausi. Si trattava, in un certo senso e in una certa misura, di applausi “conniventi”. Ma non solo di questo.

Certamente la legge morale di don Mariano è quella, semplice e brutale, della forza. Ma la forza, l’energia, può essere trasformata positivamente. Per Sciascia, don Mariano è «una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà», da combattere e perseguire sul piano giudiziario ma, appunto, da “redimere” ossia (se vogliamo eliminare la connotazione religiosa del termine) da trasformare sul piano sociale e culturale e, quindi, politico. Con una “redenzione”, un recupero che ha riguardato e avrebbe dovuto riguardare, e ancora oggi riguarda, nella storia e nella cronaca, non pochi fenomeni conflittuali della politica e della società italiana.

Tra don Mariano e Bellodi avviene, scrive Sciascia, un «saluto delle armi». Ma essonon implica, da parte di Bellodi, alcun cedimento nei confronti del capoclan della mafia: il capitano ne condivide solamente, da militare ed ex partigiano, un’ideologia dell’onore (da lui declinata in maniera nobile, opposta a quella ignobile del boss) propria dei combattenti. Propria di quel Polemos (di quello spirito combattivo, nelle azioni e nelle idee) sotto il cui segno il critico Claude Ambroise ha raccolto l’opera di Sciascia.

Quel saluto delle armi, con la sua condivisione di una morale tragica ed eroica, agonistica ed antagonistica, non è poi, in definitiva, molto diverso da quello sotteso all’incontro tra il cardinal Federigo e l’Innominato (un esempio riuscito di redenzione, in senso strettamente religioso).

Sciascia dunque, come il suo Bellodi, nonostante l’antagonismo con don Mariano, si riconosce in parte in lui, cogliendone alcuni minimi elementi d’identità tra i quali c’è quella siciliana ideologia dell’onore che in lui è, più nobilmente, senso della dignità umana in tutti i suoi aspetti (e si veda, per questo, Porte aperte, il romanzo nel quale questo aspetto è esemplarmente svolto nel rapporto tra il giudice e l’imputato).

L’affermazione di don Mariano su uomini e quaquaraquà è dunque condivisa, in una certa misura, da Sciascia. Non altrettanto da lui condivisa (anche se bisognerebbe aggiungere: coscientemente e sul piano della volontà) era invece l’affermazione sulla verità, di don Mariano, da cui siamo partiti.

Quando Sciascia scriveva il romanzo, egli credeva nella verità: nella sua esistenza (malgrado gli influssi pirandelliani di cui diremo) e nella sua conoscibilità anche quando qualcuno, ad essa nemico, tenta di nasconderla e imposturarla. Tant’è che Il giorno della civetta è costruito quasi a piani paralleli: da un lato, la ricerca della verità e della giustizia da parte del capitano Bellodi e, dall’altra, i tentativi di ricoprirla, deviarla, imposturarla, da parte dei mafiosi e dei loro protettori politici, sino in Parlamento.

Una recente messinscena del testo, da parte di Fabrizio Catalano, ha teatralizzato questi due piani nella scenografia a piani sovrapposti sui quali, alternativamente, agivano i diversi e antagonistici personaggi .

La ricerca della verità e quella della giustizia sono dunque entrambe presenti nel Giorno della civetta; dove però s’incontrano per dividersi subito: la verità, pur se nota, non porta con sé la giustizia, che è impedita dal potere che assicura l’impunità. Mala tempora currunt per i servitori dello Stato: nell’opera di Sciascia e nella storia italiana degli ultimi decenni.

Tra gli altri, emblematicamente, per quel generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che ricordiamo qui, solo tra tanti altri, in quanto egli disse di riconoscersi nel personaggio del capitano Bellodi (per il quale Sciascia s’ispirò a un ufficiale dei carabinieri operante in quel di Agrigento: Renato Candida, autore anche di un libro sulla mafia che Sciascia recensì).

Trame e misteri del romanzo poliziesco di Sciascia e della realtà in Sicilia e in Italia

La Sicilia e poi l’Italia tutta, dagli anni delle stragi e del terrorismo, dell’affaire Moro e dei depistaggi delle inchieste giudiziarie, è un paese senza verità e senza giustizia.

Intorno alle trame e ai misteri della realtà italiana s’intessono quelle dei singolari romanzi polizieschi sciasciani, sempre più intricati, complessi, senza una soluzione chiara ed univoca, a doppia e plurima verità, pirandelliani, come Il contesto e Todo Modo.

Più volte Sciascia, a metà degli anni Settanta e ancora nel decennio successivo, ironizzava sull’impossibilità del genere letterario del “giallo” classico in Italia, perché in esso il detective è il portatore di una sorta di “Grazia illuminante” della ragione e della verità, mentre in Italia agiva, viceversa, una sorta di “Grazia oscurante” un potere obnubilante che impediva di scorgere la verità ai più e, ai pochi che la vedevano, impediva di trasformarla in verità ufficiale e condivisa.

«Si potrebbe dire di me che ho introdotto il dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco», diceva Sciascia a Marcelle Padovani nel 1979, nel libro-intervista La Sicilia come metafora.

Si era dopo il rapimento e l’uccisione di Moro da parte delle BR che segnarono uno snodo fondamentale e un profondo cambiamento (quasi un rovesciamento, per certi fondamentali versi) nella vita, nel pensiero e nell’opera di Leonardo Sciascia: nel suo atteggiamento politico, nei suoi convincimenti ideologici, nella concezione della sua laicità (sempre più pervasa di crescenti inquietudini religiose), nella sua visione della vita e nella sua scrittura. Visto che, per dirne qui solo una, il Pirandello prima osteggiato diveniva sempre più consapevolmente una delle sue fondamentali fonti d’ispirazione e di lettura di una realtà che per lui, come la verità, si relativizzava sempre più.

La verità dunque non esiste? Ha ragione Pirandello? La realtà è relativa? Aveva dunque ragione don Mariano con la storia dell’apologo della luna nel pozzo, indipendentemente dai suoi intenti mafiosi?

Non tutti i critici e i lettori di Sciascia rispondono nello stesso modo a queste domande, che, peraltro, alcuni nemmeno si pongono, credendo che Sciascia, scrivendo i suoi romanzi polizieschi, sia stato più che altro una sorta di giornalista d’inchiesta, un anticipatore di Roberto Saviano, e non un autore letteratissimo (di formazione rondesca, lettore e critico antesignano di Borges) per quanto, talvolta, impegnato in un genere popolare di scrittura.

Sciascia si confronta non solo con la realtà ma con la letteratura, la quale è sempre e connaturatamente ambigua, poiché in essa il sì convive con il no, in essa il male, anche se negato e combattuto, dev’essere espresso e per essere espresso dev’essere pensato e sentito, vissuto dal di dentro, per come i personaggi che lo esprimono lo sentono e lo pensano e lo vivono. Solo così i personaggi di un grande scrittore, che scrive sempre in faccia all’estremo, al male, storico ed esistenziale da cui non distoglie lo sguardo, sono tali e non caricature o piatte rappresentazioni di edificanti apologhetti di propaganda morale e di fedi ideologiche o religiose.

Ma per tornare ai critici letterari (che meno confondono la letteratura con una semplice trasposizione scritta della realtà): non tutti sono d’accordo sulla progressiva relativizzazione pirandelliana della verità nell’opera di Sciascia, di modo che, secondo costoro, la verità sarebbe non inconoscibile e indicibile di per sé ma solo in quanto, come già detto, imposturata.

Il discorso, qui, sarebbe lungo e noi lo riassumeremo così: Pirandello fu assunto da Sciascia, a partire dalla fine degli anni Settanta, come un laico correttivo antidogmatico del dogmatismo ideologico, utile in una società come quella italiana allora dominata da due opposte fedi, dai dogmi di due opposte Chiese (quella comunista, marxista-leninista, del PCI e quella cattolica e democristiana); ma quando la società, già alla fine degli anni Ottanta, si avviò a divenire quella odierna (che svilisce il relativismo a senso comune di una nuova fede conformista e dogmatica), la credenza e la fiducia sciasciana in una verità conoscibile ritornò.

E Sciascia ritornò, di conseguenza, al romanzo poliziesco ne Il cavaliere e la morte e in Una storia semplice. Due racconti molto simili (disse Sciascia in un libro-intervista a Domenico Porzio intitolato Fuoco all’anima) in quanto «entrambi ruotano intorno al tema dell’impunità».

Dei vari tipi di verità e dei loro fautori

La verità che Sciascia, da cittadino e da intellettuale, ha sempre cercato è stata una verità in conflitto con le ragioni della politica dei partiti, dei governi, delle istituzioni. In conflitto con la Ragion di Stato e la Ragion di Partito. Anche di quel Partito Comunista Italiano per cui Sciascia si candidò, da indipendente, nelle elezioni regionali siciliane del 1975 (risultando secondo tra gli eletti: dopo Achille Occhetto e prima di Renato Guttuso).

Sciascia ha cercato la verità anche da scrittore, sia trasponendola nella diversa verità della letteratura sia cercandola con gli strumenti stessi e con la specificità della letteratura.

A Marcelle Padovani, poco prima del passo già citato sull’inserzione del dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco, Sciascia diceva:

«sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è».

La verità letteraria, lo abbiamo già notato sopra, non è la stessa verità di una realtà che, essa stessa, conosce diverse verità a seconda delle prospettive da cui quella verità è conosciuta. Di modo che, anche senza cadere nel relativismo più totale che annulla la verità, è del tutto evidente che la realtà, come la verità, è composita, sfaccettata, poliedrica, da ricomporre in una conoscenza complessa. La conoscenza dei fenomeni naturali come di quelli storici è composita, enciclopedica, multidisciplinare e interdisciplinare, si realizza attraverso diversi modelli e prospettive e forme di sapere.

L’oscurità insita nella complessità del reale si sovrappone a un ben diverso genere di oscurità di cui abbiamo già detto: nella realtà prevalgono le ragioni del potere, dei diversi poteri e contropoteri, governativi e antigovernativi, istituzionali e non.

Cadaveri eccellenti, la trasposizione filmica del Contesto diretta da Francesco Rosi, nel 1976 modificava il finale del romanzo e si concludeva con la frase: «La verità non sempre è rivoluzionaria». Matteo Collura, giornalista, amico di Sciascia e suo biografo, scrive:

«Lo scrittore che apprende da spettatore la modifica del colpo di scena finale, rivela che quella frase viene da Giancarlo Pajetta (“Se c’è da scegliere tra verità e rivoluzione, noi scegliamo la rivoluzione”, aveva dichiarato una volta il vecchio leader comunista). E al giornalista che, in occasione dell’uscita del film, gli domanda che cosa sceglierebbe lui tra verità e rivoluzione, Sciascia risponde: “La verità, è ovvio» (Il Maestro di Regalpetra, p. 213).

La stessa opposizione tra verità e Ragione di Partito (intersecata allora con la Ragion di Stato intorno all’ affaire Moro) si manifestò a proposito della clamorosa vicenda della lite giudiziaria tra Sciascia ed Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI. A seguito di quella vicenda si ebbe la rottura dell’amicizia tra Sciascia e Guttuso. L’episodio è significativo perché ruota intorno ai collegamenti internazionali delle BR nel rapimento Moro. Vale la pena di dedicargli un po’di spazio, con una lunga citazione:

«I fatti: Sciascia, nell’ ottobre 1989, durante i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro di cui era componente, aveva rivelato che in un colloquio avuto qualche anno prima, mentre era ancora consigliere comunale indipendente nelle liste del PCI di Palermo, si era recato in visita da Enrico Berlinguer in compagnia di Renato Guttuso, alla sede nazionale alle Botteghe Oscure. In quell’incontro aveva appreso da Berlinguer di sospetti collegamenti con la Cecoslovacchia e il terrorismo; e di una imminente espulsione di diplomatici cecoslovacchi dall’Italia. Il segretario del PCI smentì la cosa. Sciascia la confermò. Berlinguer querelò per diffamazione. Lo scrittore contro-querelò. Finì con un’archiviazione generale: la querela di Berlinguer era infondata perché non si potevano perseguire parlamentari per le opinioni che esprimono nell’esercizio delle loro funzioni. Solo che Sciascia non aveva espresso opinioni, ma raccontato un fatto. La querela di Sciascia a sua volta venne archiviata, perché – si legge nella motivazione – “la falsità dell’onorevole esclude il reato di calunnia”. Ma come il magistrato è arrivato a definire “falsità” la versione data dallo scrittore? Perché Berlinguer l’aveva smentito, e Guttuso, fedele al partito e non alla verità, aveva avallato la sua versione». (Valter Vecellio, Leonardo Sciascia e «il guaio della sinistra in Italia», in L’enciclopedia di Leonardo Sciascia, a cura di Pietro Milone, p. 108).

Ulteriori e fondamentali dettagli li aggiunge il Maestro Bruno Caruso, pittore, disegnatore e illustratore (autore della litografia che abbiamo utilizzato per la locandina del ricordo sciasciano del 20 novembre 2014), nonché fine intellettuale e anch’egli molto amico di Sciascia. Caruso infatti ha scritto (in un capitoletto del suo libro su Le giornate romane di Leonardo Sciascia) nomi e cognomi di tanti testimoni non solo del racconto che Sciascia fece delle affermazioni di Berlinguer, ma, soprattutto, di coloro (un pittore, un avvocato e un giudice) che avrebbero potuto testimoniare di come Guttuso avesse confidato pubblicamente, in presenza loro e di altri, che Berlinguer aveva detto effettivamente quel che Sciascia aveva riferito e che lui non aveva voluto confermare, preferendo mentire e far passare l’amico per un mentitore. Ma quei testimoni, al pari di Sciascia, non furono mai ascoltati dal giudice.

Giustizia, ingiustizie e riscatto nella scrittura

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina – scrittura dello strazio – in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile».

Questa dichiarazione di Sciascia è di grande importanza perché contenuta nell’intervista premessa al primo volume della raccolta delle sue opere, a cura di Claude Ambroise, uscito da Bompiani nel 1987. Non a caso abbiamo scelto di citarla nella targa commemorativa con cui l’ITCG Matteucci dedica a Sciascia la biblioteca scolastica della sede di via Rossellini.

Sciascia affidava il riscatto della giustizia alla letteratura.

Lo scrittore, dopo il fascismo e la guerra, aveva cercato la giustizia e il riscatto civile, sociale e culturale della sua Sicilia. Già da Leparrocchie di Regalpetra, Sciascia, volendo spostare in avanti le lancette della meridiana della Matrice, ferme al 13 luglio 1789 (come allegoricamente scriveva lì, nella prefazione), volendo cioè riscattare la Sicilia dal potere del feudo, era diventato compagno di strada del PCI nel nome di un comune atteggiamento di fiduciosa disponibilità verso la storia, la politica, il progresso.

Sciascia sentiva «come impegno d'onore "il gesto di solidarietà fra lettere e storia"» di cui aveva scrittoin un saggio sui poeti della Resistenza europea pubblicato nello stesso anno delle Parrocchie, nel 1956, su «Officina» (un saggio di cui si sarebbe ricordato Pasolini, anni dopo, scrivendo della «morale dell’onore» in Sciascia). In entrambe queste opere comparivano quelle figure di soldato-scrittore che Ambroise ha collegato, con riferimento soprattutto ai Pamphlets di Paul Louis Courier, all'emblema critico di Polemos. Colpi di penna come colpi di spada, che Sciascia, lottando contro l’ingiustizia e l’impostura, nel nome della libertà, della verità, della giustizia, cominciava a infliggere nel corpo del Paese, non ancora risanato dalle ferite belliche. Nel 1961, poi, Sciascia attuava con Il giorno della civetta il tentativo di riscatto della Sicilia dalla mafia.

Il rapporto col PCI si basava su queste premesse, di giustizia intesa in senso sociale, ma si complicava successivamente di una serie di altre vicende alle quali in parte abbiamo già accennato, legate alla verità e alla situazione politica degli anni Settanta e, poi, ad altre vicende di giustizia e di amministrazione della giustizia, negli anni del terrorismo e dell’antimafia. Vicende che andrebbero affrontate (e se ne veda almeno l’elenco nelle polemiche) a parte e lungamente, anche se noi, ora ci fermiamo qui.

Un’ultima cosa vogliamo solo aggiungere, a proposito del riscatto dell’ingiustizia a cui si lega la scrittura sciasciana: la pietas per le vittime della storia, i vinti, per gli uomini soli schiacciati dal potere, per gli umili, la manzoniana «gente meccanica e di piccolo affare» (basti pensare a Caterina Medici la “strega” inquisita de La strega e il capitano, una storia vera ricostruita a partire, appunto, da un cenno dei Promessi sposi o si pensi, ancora, ad esempio, a La povera Rosetta protagonista di una delle Cronachette).

Il riscatto della scrittura è legato al pietoso risarcimento delle vittime degli errori e degli orrori della storia. Si pensi, infatti, all’interesse di Sciascia per due testi come la Storia della colonna infame di Manzoni e 16 ottobre 1943, il racconto di Giacomo Debenedetti sul rastrellamento e la deportazione degli ebrei del quartiere del ghetto di Roma (che Sciascia ripubblicò nel 1955 sulla rivista «Galleria», da lui diretta). Ovverosia alla memoria, un tema che si afferma sempre più nella sua scrittura degli anni Ottanta fino alle sue opere testamentarie: Il cavaliere e la morte e A futura memoria (se la memoria ha un futuro).

Ed è per tutti questi motivi, in questo stretto rapporto di elementi collegati alla verità e alla giustizia nella scrittura del Maestro di Regalpetra, che il Matteucci ha ricordato Sciascia nel XXV della morte con delle iniziative intitolate A futura memoria.E per quegli stessi motivi quel titolo ricorre altresì nella targa che a lui dedica la biblioteca di via Rossellini.

La memoria dei libri quando non anche, per i libri di poesia, i versi a memoria, come a scuola, come nei ricordi di scuola del protagonista de Il cavaliere e la morte:

«Par coeur, come diceva la professoressa di francese quando assegnava le poesie di Victor Hugo. […] Bellissima espressione; e la traduceva “nel cuore, dal cuore, per il cuore”.»

Verità e giustizia: ospiti della tavola rotonda

Verità e giustizia: ospiti della tavola rotonda

La tavola rotonda del 21 gennaio 2015, nell’aula magna della sede di Via Rossellini, verterà sui temi della giustizia e della verità nell’opera di Sciascia - nelle trame di certi suoi romanzi polizieschi e di tanti altri suoi scritti legati anche alla sua azione di intellettuale polemista - ma anche nella storia d’Italia degli ultimi decenni del Novecento: la storia di un paese senza verità, intramata di segreti e misteri, di verità nascoste perché, talora, impronunciabili.

Sulla giustizia nell’opera di Sciascia hanno scritto e dibattuto in tanti. Ricordiamo qui solo un convegno milanese del 2003 i cui atti sono stati poi raccolti in volume: Giustizia come ossessione. Forme della giustizia nella pagina di Leonardo Sciascia. E lo ricordiamo per i seguenti motivi: in primo luogo perché è ascoltabile negli archivi sonori di Radio Radicale (facilmente raggiungibile da una delle nostre pagine web); in secondo luogo perché ha visto la partecipazione di Valter Vecellio e Pietro Milone; e infine perché l’intervento di quest’ultimo (Il diritto e le sue metafore. Letteratura e giustizia nell’opera di Sciascia) era l’unico in quella dimensione specificamente letteraria talora trascurata – come è inevitabile che sia e come inevitabilmente sarà anche nella tavola rotonda (ma come non è nelle pagine web del nostro dossier) – quando si ha a che fare con avvenimenti tanto rilevanti della storia italiana.

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Di verità e giustizia hanno ben titolo a parlare i partecipanti alla tavola rotonda, in considerazione dei rapporti che essi hanno avuto e hanno col mondo dell’informazione, della politica, dell’amministrazione della giustizia. E in considerazione dei loro rapporti con Sciascia: almeno nel caso di Macaluso e Vecellio (quelli del giudice Priore, sia sul piano personale che del rapporto con gli scritti, non sono documentati - a conoscenza di chi scrive – e, perciò, gliene chiederemo).

I rapporti di Emanuele Macaluso con Sciascia iniziarono nel 1941, all’interno di un gruppo antifascista clandestino di Caltanissetta e proseguirono, poi, con un’amicizia segnata da battaglie comuni e polemiche anche roventi e feroci (con qualche ripensamento da parte di Macaluso, specie rispetto ai suoi attacchi al Contesto)alle quali Macaluso ha dedicato un libro intero: Leonardo Sciascia e i comunisti.

I rapporti di Valter Vecellio con Sciascia risalgono soprattutto agli anni della comune appartenenza al Partito Radicale col quale Sciascia fu eletto nel 1979 in Parlamento, per poi entrare nella Commissione d’inchiesta sull’affaire Moro (gli archivi di Radio radicale sono, per questo, estremamente preziosi).

Fu Pannella a convincere Sciascia a candidarsi, andandolo a trovare nella sua casa di campagna della Noce, la contrada di Racalmuto dove lo scrittore trascorreva soprattutto le vacanze estive dedicate alla scrittura dei suoi libri. Di quella visita restano alcune belle foto, scattate da Nino Catalano (genero di Sciascia, marito di Annamaria). Proprio da una di quelle foto è stata tratta la locandina della tavola rotonda del 21 gennaio, con un taglio dagli intenti non censori (come quelli dei famosi “fotosmontaggi” con cui Stalin fece scomparire Trotzkij e altri ex compagni dalle foto della rivoluzione d’ottobre). E a “riparazione” del taglio, la pubblichiamo, intera, qui.

 

Vecellio, dunque, fu in quegli anni a fianco di Sciascia e ne curò una raccolta di interviste intitolata La palma va al nord (la linea della palma, diceva Sciascia, avanzava ogni anno verso nord e indicava così, l’avanzata della mafia dalla Sicilia verso Roma e Milano). Molte di quelle interviste sono anche in appendice a un suo libro sulle polemiche sciasciane.

 Il titolo del libro di Vecellio, Saremo perduti senza la verità è ripreso da quello di un’intervista di Sciascia («La Sicilia» del 14 agosto 1978). Il Maestro di Regalpetra vi diceva:

«L’Italia è un paese senza verità: bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro siamo davvero perduti. È stato un delitto che ci ha tutti coinvolti: ognuno ha le sue responsabilità, con le proprie colpe. Ma come nella Fattoria degli animali tutti sono uguali e però ci sono alcuni più uguali degli altri, bisogna di fronte al caso Moro cercare quelli che sono più colpevoli degli altri, più degli altri responsabili. Le BR, d’accordo. Ma le BR sono uno strumento, un meccanismo, che ha la fonte d’energia e centrale d’impulsi altrove.»

Il caso Moro è stato uno dei casi su cui ha indagato il giudice Rosario Priore. Intrigo internazionale, un suo libro-intervista a Giovanni Fasanella, si chiudeva, nel 2010 con un capitolo sul conflitto tra giustizia e «ragion di stato» in cui il magistrato scriveva di «un debito di verità nei confronti della nostra opinione pubblica». Da Mattei a Moro, passando per il golpe di Gheddafi e affrontando tanti altri misteri italiani, il libro affrontava il problema enunciato sin dal titolo del primo capitolo: «Il limite della verità giudiziaria».

Fasanella lo esplicitava dalle prime righe dell’introduzione, citando una frase di Priore del 2003:

«Ci sono verità che non ho mai potuto dire. Perché, pur intuendole e a volte intravedendole o addirittura vedendole chiaramente, non potevano essere provate sul piano giudiziario, erano verità “indicibili” […] e, scritte in una sentenza, avrebbero potuto produrre effetti destabilizzanti sugli equilibri interni e internazionali».

La verità, dice Priore nel primo capitolo, può emergere, dopo il lavoro di scalpello fatto in sede giudiziaria, da un lavoro di cesello «per ricostruire il contesto o i contesti che avevano determinato quei fatti».

Un lavoro non solo da giudici ma da storici, giornalisti, politici. Un lavoro ancora da fare per una verità che nei nostri libri di storia ancora non c’è ma che potrebbe e dovrebbe essere scritta nei libri di storia delle future generazioni.

Una verità (se non più una giustizia) A futura memoria (se la memoria ha un futuro).

A FUTURA MEMORIA parte II

Una seconda giornata sciasciana: il programma di massima …

Dopo l’incontro del 20 novembre 2014 intitolato A futura memoria: ricordo di Leonardo Sciascia, le iniziative del Matteucci nel XXV anniversario della morte dello scrittore siciliano proseguono con una seconda giornata che si svolgerà il 21 gennaio 2015 nella sede di via Roberto Rossellini, 5.

Alle ore 10.30 si svolgerà una tavola rotonda dedicata aSciascia: giustizia e verità. Trame e misteri d’Italia.

Pietro Milone, curatore delle iniziative sciasciane, introdurrà il dibattito, condotto con il giornalista Valter Vecellio, vicecaporedattore del TG2, e due protagonisti di primo piano della storia politica e giudiziaria italiana: Emanuele Macaluso, storico segretario della CGIL siciliana e dirigente del PCI giornalista, deputato e senatore, giornalista (fu anche direttore negli anni ’80 de «l’Unità»); Rosario Priore, magistrato, da giudice istruttore del Tribunale di Roma seguì il caso Moro, Ustica, l’attentato a Giovanni Paolo II e altri famosi casi, interni e internazionali, di violenza e terrorismo.

La tavola rotonda è indirizzata agli studenti delle classi terminali di tutte le sedi dell’istituto ma è aperta a tutta la cittadinanza, a partire, naturalmente, dai familiari degli studenti.

Al termine della tavola rotonda, avverrà la cerimonia d’inaugurazione della biblioteca “Leonardo Sciascia” all’interno dei rinnovati locali della biblioteca scolastica. Alla più limitata presenza degli ospiti della giornata, del dirigente scolastico e del suo staff, dei docenti e di una rappresentanza di studenti (che sono stati attivamente coinvolti nel recupero dei locali e del fondo di libri), Fabrizio Catalano, regista e nipote dello scrittore di Racalmuto, scoprirà una targa commemorativa.

La targa, che intesta a Sciascia la biblioteca, contiene come dedica il titolo del libro testamentario di Sciascia: A futura memoria (se la memoria ha un futuro); e una frase di Sciascia in cui l’autore spiega l’importanza del tema della giustizia nella sua opera.

Terminata la giornata, non termineranno le iniziative poiché, nei giorni seguenti (e in futuro) saranno aggiornate e arricchite le pagine del dossier dedicato a Il Maestro di Regalpetra sul sito web del Matteucci.

… e gli approfondimenti

Vuoi approfondire i temi della giustizia e della verità nell’opera di Sciascia?

Vai a Verità e giustizia: temi della tavola rotonda

Vuoi sapere qualcosa di più sugli ospiti con cui il 21 gennaio 2015 dibatteremo questi temi?

Vai a Verità e giustizia: ospiti della tavola rotonda

 

Leonardo Sciascia: Il Maestro di Regalpetra

Ampliata la sezione dedicata a

Leonardo Sciascia

disponibili le registrazioni audio dell'evento del 20 novembre 2014 e l'Album scolastico di Sciascia studente e maestro

>>  Il Maestro di Regalpietra

Album scolastico di Sciascia studente e maestro

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Album scolastico di Sciascia studente e maestro

 
Sciascia adolescente Con i compagni di scuola del 1937-38 all'istituto
magistrale di Caltanissetta
Il maestro Sciascia (sullo sfondo al centro)
nell'a.s. 1957-58
Refezione nella scuola elementare di Racalmuto
negli anni 50
 Il registro del maestro Sciascia da cui nascono
le Cronache scolastiche (foto Pitrone)
La classe del maestro Sciascia (foto Tulumello)

La registrazione audio dell'evento

Registrazione audio dell'evento che si è svolto presso l'aula magna dell'ITCG Carlo Matteucci il 20 novembre 2014

 


Radio Radicale ha dedicato a Leonardo Sciascia, nel venticinquennale della morte, una trasmissione di oltre 4 ore realizzata con registrazioni d’archivio.

Si tratta, per lo più, degli interventi parlamentari di Sciascia negli anni del suo mandato nei banchi del Partito Radicale. La parte più lunga, invece, è la lettura (non integrale), da parte dell’attore Giorgio Albertazzi, del romanzo Il Contesto, uno dei più dibattuti e forieri di polemiche per Sciascia.

Puoi ascoltare la registrazione al seguente indirizzo: http://www.radioradicale.it/scheda/426836

registrazione audio

Poiché il file sonoro on line unisce molte registrazioni, te ne forniamo un rapido sommario con i tempi (approssimati) per facilitartene la ricerca e l’ascolto.

INDICE

Inizio  - 16.5.1979 Intervista a Sciascia su candidatura PR (accettata nell’aprile precedente)

19’40” – 10 agosto 1979 – intervento sul dibattito in aula sul governo Cossiga

29’30”’ - 3 novembre 1980 – XXIV Congresso PR

36’     - 10 marzo 1981 dibattito in un liceo romano occasione dell’ uscita Affaire Moro

              Segnaliamo che si tratta del dibattito rievocato, nell’incontro del 20 novembre 2014

           dall’ex D.S. del “Matteucci”, Michele De Gaetano, che, allora docente, vi partecipò.

47’50” – 19 dicembre 1979 discorso parlamentare (sulle leggi speciali)

55’30” - 24 gennaio 1980 – decreti antiterrorismo

1h 1’  - Febbraio 1979 – Commissione antimafia

1h9’20” - 6 marzo 1980 – Commissione antimafia

1h 14’ - 23 luglio 1980 – sulla fuga del terrorista Marco Donat Cattin figlio di un ministro DC

1h 22’ - novembre 1980 dibattito sua interpellanza contrabbando petrolio e ruolo servizi segreti

1h 33’ - 23 marzo 1982 – presunte torture su detenuti

1h 37’ - 27 gennaio 1983 sull’ assassinio di Ciaccio Montalto, magistrato a Trapani contro la mafia

1h 45’ - Giorgio Albertazzi legge ampi passi de Il contesto (primavera-estate 1979)

Radio Radicale ha altresì registrato un’altra importante iniziativa commemorativa di Sciascia nel venticinquennale della morte, svoltasi a Racalmuto, presso la Fondazione Leonardo Sciascia, il 28 novembre 2014 con la partecipazione del Presidente del Senato, Pietro Grasso.

Puoi ascoltarla qui: http://www.radioradicale.it/scheda/427436/sciascia-e-limpegno-civile-il-presidente-del-senato-pietro-grasso-ricorda-lo-scrittore-di-racalmuto

 

L’incontro al Matteucci 20 novembre 2014

A FUTURA MEMORIA

20 novembre 2014

 

L’incontro al Matteucci

Il 20 novembre 2014, in occasione del 25° anniversario della morte di Leonardo Sciascia, nell’aula magna della sede centrale di Vigne Nuove, si è svolto l’incontro intitolato A futura memoria: ricordo di Leonardo Sciascia.

Nell’aula magna gremita di studenti delle classi quarte e quinte delle tre sedi dell’istituto, di docenti, di invitati e di abitanti del quartiere richiamati dall’annuncio dell’evento fatto dal «Corriere della sera», nelle pagine di Cronaca di Roma, e da Radio Radicale, hanno ricordato la figura di Sciascia: Valter Vecellio, giornalista e autore di numerosi libri e saggi sullo scrittore e sulla mafia e la giustizia; Fabrizio Catalano, regista e nipote di Sciascia; Pietro Milone, docente del Matteucci e studioso dello scrittore siciliano, che ha curato il progetto di una serie d’iniziative, ancora in corso, tra le quali la realizzazione di un’ampia sezione del nostro sito web con un dossier Sciascia ( IL MAESTRO DI REGALPETRA) dedicato, in primis, al rapporto scuola-Sciascia e, più in generale, alla figura dello scrittore siciliano. Il dossier contiene alcuni testi dell’autore, materiali storico-critici e altra documentazione, materiali didattici per docenti, studenti.

Gli interventi

Il dibattito si è incentrato inizialmente sul ricordo di Leonardo Sciascia e sulle ragioni per le quali la società italiana deve tenerne viva la memoria, nonché su quelle per le quali i giovani devono conoscerlo: ragioni riferite alla sua vita e alle sue opere (delle quali sono stati letti alcuni brani). La discussione si è anche ampliata a tematiche di più stretta attualità.

Il dibattito è stato integralmente registrato da Radio Radicale

Agli interventi programmati di Catalano, Vecellio e Milone si sono aggiunti quelli di De Gaetano e Corbucci.

L’ex Dirigente Scolastico, Michele De Gaetano, ha rievocato un incontro con Sciascia del 1980-81 legato a un lavoro di analisi linguistica dell’ Affaire Moro nella scuola dove allora egli insegnava.

Il Presidente del Consiglio del III Municipio, Riccardo Corbucci, ricordando la propria formazione sulle pagine di autori come Sciascia e Pasolini, ha consigliato ai ragazzi di sottrarre un po’ del loro tempo alla troppa invasiva presenza dei social network e di dare più spazio ai libri, le cui parole, conservate nella loro memoria, indicheranno, prima o poi, la strada della loro vita in una società in cui non essere spettatori passivi ma attivi protagonisti.

Durante l’incontro è stato proiettato un interessante e ben curato servizio di approfondimento giornalistico realizzato per Rai News da Daniele Macheda (in occasione del quindicennale della morte dello scrittore siciliano), contenente brani d’interviste a Sciascia e il commento critico dello scrittore Vincenzo Consolo che di Sciascia fu anche amico.

 

 

UOMINI …

Vanno qui particolarmente evidenziate le parole con le quali Maria Gemelli, attuale Dirigente Scolastico del Matteucci (e in passato docente di Lettere nei licei) si è rivolta agli studenti nel suo intervento, dopo aver annunciato che le iniziative sciasciane continueranno, in un’auspicata collaborazione con la Fondazione Sciascia, ed avranno il prossimo significativo evento nella cerimonia d’inaugurazione della rinnovata biblioteca della sede di via Rossellini che sarà dedicata alla memoria dello scrittore, con l’affissione di una targa commemorativa.

Ricordando la categorizzazione antropologica tra uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliain… e quaquaraquà di un noto passo del Giorno della civetta, il Dirigente scolastico ha espresso l’auspicio di un’azione educativa grazie alla quale il Matteucci formi degli uomini, dei cittadini attivi, consapevoli e determinati nei loro princìpi, come il capitano Bellodi del romanzo sciasciano.

 

Franco Nero interpreta Bellodi nel film di D. Damiani

 

… di tenace concetto…

«Mi ci romperò la testa», è la frase di Bellodi che conclude il romanzo, esprimendo il coraggio e la determinazione del capitano dei carabinieri, ideale capostipite di una lotta alla mafia nel nome della legalità repubblicana che ha realmente spinto, prima e dopo di allora, generazioni di magistrati e altri servitori dello Stato a un continuo sacrificio per la difesa di quella legge, di quei princìpi.

Quelle parole di Bellodi definiscono (aggiungiamo noi, qui e ora, al discorso del D.S.) un esempio di quelli che Sciascia definiva uomini «di tenace concetto»: intellettuali eretici, «testardi, inflessibili, capaci di sopportare enorme quantità di sofferenza, di sacrificio» (scriveva Sciascia al loro riguardo quando, in Morte dell’inquisitore, descriveva il racalmutese Diego La Matina che ne fu il prototipo).

       

 

L’intellettuale incarnato da Sciascia, al culmine della successiva parabola della sua vita e della sua opera, unisce lo scetticismo dell’intelligenza alla passione (talora intesa anche in senso letterale e cristiano e tanto più dopo la morte di Pasolini e l’ Affaire Moro). Di lui ha scrittoAntonio Di Grado, critico e storico della letteratura, direttore scientifico della Fondazione Leonardo Sciascia: «l’intellettuale non è solo chi semina il dubbio e la contraddizione, ma chi nel vuoto d’idee e di moralità, e nello svuotamento delle grandi tradizioni ideali, se le addossa tutte e tutte le incarna, perfino quelle che non gli apparterrebbero, per difenderle dai loro sacerdoti, dai loro tralignati e smagati epigoni, per restaurare una pienezza d’idee, e di dibattiti e di motivazioni ideali, almeno, intanto, nell’affollato teatro della propria coscienza» (Un teatro della memoria in Da un paese indicibile, Edizioni La Vita Felice, 1999).

 

... formati dalla "buona scuola" della critica e della Memoria

Quel dibattito Sciascia, però, lo ha diffuso anche, mediante le polemiche di cui è stato protagonista, nell’ agorà (come ricordava Vincenzo Consolo nel succitato servizio televisivo di Daniele Macheda), nello spazio pubblico in cui dirigenti e docenti «di tenace concetto» formano cittadini della Repubblica: la scuola che uno dei nostri padri costituenti, Piero Calamandrei, considerava «un organo “costituzionale”» ematopoietico, «da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi» della democrazia, assicurandone la vita.

Proprio a causa di questa sua concezione dell’istruzione, Calamandrei era spaventato dal «pericolo del disfacimento morale della scuola». Una triste “profezia”, quella di Calamandrei, al pari di quella di Sciascia di cui riferiamo in altra pagina (a proposito del Cavaliere e la morte).

Il «tenace concetto» consiste oggi anche nel resistere a quel disfacimento, nel coltivare la memoria e la speranza, la coscienza critica, il senso del passato e del futuro del nostro Paese. In questo «tenace concetto» è la nobiltà e la dignità dei docenti (anche in quanto intellettuali) che realizzano e difendono così, quotidianamente, la “buona scuola”.

In questo «tenace concetto» è il nostro onore, possiamo anche dire, pensando nuovamente a Bellodi, capitano dei carabinieri, servitore della Repubblica, con un passato nella Resistenza (della presenza in Sciascia di una morale dell’onore scrisse Pier Paolo Pasolini, restando però ben lungi da certi successivi fraintendimenti del suo significato).

Sciascia non amava particolarmente la psicoanalisi, ma le parole finali del suo Bellodi potrebbero essere qui conclusivamente riformulate con quelle che un Maestro della psicoanalisi, Jacques Lacan, rivolgeva ai suoi discepoli: «Moi, je pérsévere». Io persevero, io non mi arrendo. Frase che, in lingua francese, significa anche: «Moi, je père sévère» (Io, padre severo). Severo nel senso di “intransigente e inflessibile, rigoroso”; “duro”, anche, ma in quanto “esigente”, non certo “feroce”.

Un padre e un maestro esigente con gli altri (figli, discepoli, amici), ai quali richiede impegno, in quanto lo è con se stesso, per primo. Così anche è stato il Maestro di Regalpetra.

A FUTURA MEMORIA

IL MAESTRO DI REGALPETRA

A FUTURA MEMORIA

Locandina IL MAESTRO DI REGALPETRAIl 20 novembre 2014, in occasione del 25° anniversario della morte di Leonardo Sciascia, nell’aula magna della sede centrale, alle ore 11, si svolgerà l’incontro intitolato A futura memoria: ricordo di Leonardo Sciascia.

Partecipano Fabrizio Catalano regista e nipote di Sciascia, e Valter Vecellio, giornalista e autore di numerosi libri e saggi su Sciascia, la mafia, la giustizia. Presenta e introduce Pietro Milone, docente del Matteucci e studioso dello scrittore siciliano.

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Fabrizio Catalano

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Fabrizio Catalano

 

Fabrizio Catalano, regista, nato a Palermo, vive a Roma. Negli ultimi anni ha messo in scena la riduzione teatrale di alcuni fondamentali romanzi di Leonardo Sciascia (di cui è nipote, essendo figlio di Anna Maria, la minore delle sue due figlie) quali Todo modoIl giorno della civetta, A ciascuno il suo.

Sul giorno della civetta, portato in una lunga tournée che ha toccato anche Roma, vedi l’intervista on line a Catalano di Cinzia Crobu:  http://www.recensito.net/pag.php?pag=9689

Con la brochure dello spettacolo, al Parioli di Roma, vedi anche il ricco dossier che comprende le intenzioni di regia, recensioni e interviste.

Va solo annotato, a beneficio del lettore, che l’intreccio della vicenda ha subito, nell’adattamento, alcune modifiche, specialmente del personaggio femminile, rispetto all’opera sciasciana.

 Su A ciascuno il suo vedi lo scritto di Catalano intitolato Il sonno della ragione.

Sciascia, la scuola, la Memoria, i valori

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola, la Memoria, i valori

 

Una “profezia” di Sciascia

Ne Il cavaliere e la morte, suo testamentario romanzo del 1988, affresco apocalittico di una società dei consumi diventata società dei rifiuti e dai rifiuti sommersa (in senso fisico e morale), Sciascia formulò una “profezia” rivolta ai giovani:

«li aspettava una scuola senza gioia e senza fantasia, la televisione, il computer, l’automobile da casa a scuola e da scuola a casa, il cibo ricco ma dall’indifferenziato sapore di carta assorbente. Non più, nella memoria, la tavola pitagorica, “la donzelletta vien dalla campagna”, “Scendeva dalla soglia...”, “I cipressi che a Bolgheri...”: sevizie del passato. La memoria era da abolire, la Memoria; e quindi anche quegli esercizi che la rendevano duttile, sottile, prensile».

Una previsione troppo pessimistica? Ancora oggi, quando, dopo ventisei anni, sono ormai inequivocabilmente disegnati i contorni della realtà da lui antevista e descritta, la giudicheranno tale in molti: gli inguaribili ottimisti, ma anche i fiduciosi e i fiduciari delle sempre rinnovate magnifiche sorti e progressive e gli accecati dalle fedi ideologiche e politiche, i nuovi devoti del politicamente e pedagogicamente corretto. Molti, ma oggi già in minor numero di ieri. E domani?

Per Sciascia è necessaria una resistenza al potere, al Grande Fratello di una società del Presente alla Orwell, che continuamente riscrive e falsifica la storia del passato; ma poiché sul piano collettivo domina l’impostura, la resistenza può avvenire solo nell’assunzione di responsabilità individuale, nel ruolo che ognuno riveste. Quello (aggiungiamo, pensando alla scuola) di genitori e studenti e soprattutto di docenti, e specialmente di italiano, insegnanti di una letteratura da difendere dai fautori della comunicazione banalizzata (gli interessati leggano le pagine che Sciascia, in Ore di Spagna, a proposito del Don Quijote, dedicò all’argomento della lettura scolastica dei giornali al posto dei classici) con l’intenzione di trasmettere agli studenti la «gioia» della lettura e della letteratura, nel nome della credenza (come scriveva Sciascia) «nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino: così come diventano bellezza».

 

Questa resistenza, questa difesa della letteratura è anche difesa dei valori di cui, sempre ne Il cavaliere e la morte, Sciascia scriveva:

 

«forse tutto nel mondo stava accadendo a somiglianza dell’inflazione, la moneta del vivere ogni giorno perdeva di valore; la vita intera era una specie di vacua euforia monetaria senza più alcun potere di acquisto. La copertura oro – del sentimento, del pensiero – era stata dilapidata; le cose vere avevano ormai un prezzo irraggiungibile, addirittura ignoto».

Come il protagonista del romanzo sciasciano, ognuno di noi (noi adulti, specialmente se insegnanti) dovrebbe forse «verificare se del suo piccolo gruzzolo qualcosa fosse restato».

 

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Sciascia, la scuola e l'utopia del 'secolo educatore'

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola e l'utopia del 'secolo educatore'

 

Un maestro di giustizia e di verità

Il maestro di Regalpetra è il titolo della biografia di Leonardo Sciascia scritta dal giornalista Matteo Collura. Sciascia, vinto il concorso per l’insegnamento nel 1949, a 28 anni, fu realmente maestro di scuola elementare.

Nel numero di gennaio-febbraio del 1955 della rivista «Nuovi Argomenti», uscirono le Cronache scolastiche, nucleo originario di quel libro che di lì a poco sarebbero state Le parrocchie di Regalpetra. Nell’immaginario toponimo di Regalpetra, Sciascia mascherava appena le reali vicende di Racalmuto, suo paese natale, in capitoli intitolati a «La storia di Regalpetra», «Breve cronaca del regime», «Il circolo della concordia» «Sindaci e commissari», «Il prete e l’arciprete», «Cronache scolastiche», «I salinari», «Diario elettorale», «La neve, il Natale».

Panorama di Racalmuto con lapide commemorativa del decennale

 

 

 

Guarda l’ album scolastico di Leonardo Sciascia (studente e maestro)

Sciascia insegnò per pochi anni, poi, tra distacchi al ministero e al patronato, andò in pensione nel 1970. Non amava fare il maestro ma lo scrittore: dai suoi registri scolastici, compilati di certo non a fini burocratici, nacquero le sue Cronache scolastiche. Da scrittore, poi, fu più maestro che sui banchi di scuola dai quali era spesso assente: la sua scrittura è pervasa di un forte intento etico-pedagogico e, a proposito di Céline, uno scrittore che non riusciva a piacergli, una volta osservò, contendendo con Guido Ceronetti:

«Rifletto […] su me stesso: e che sono sempre, facendo letteratura a parlandone, un maestro di scuola. Non riesco, cioè, ad amare tutta la letteratura; e anzi molta ne respingo, ne ignoro, ne voglio ignorare. […] Non sono dunque (ma lo sapevo già) un vero letterato»(Nero su nero).

All’originaria impronta etica della sua scrittura è da attribuire altresì la sua predilezione per l’opera di Manzoni, determinata anche dal tema della giustizia, al centro di quella Storia della colonna infame che Sciascia introdusse in un’edizione speciale diffusa in edicola dal settimanale «L’Espresso» nel gennaio 1985. Si era negli anni delle legislazioni speciali contro il terrorismo e la mafia intorno alle quali erano scoppiate non poche polemiche. E negli anni, anche, del caso Tortora, un clamoroso caso d’ingiustizia, di detenzione determinata dalle sole accuse, infondate, di un “pentito”. Enzo Tortora, notissimo presentatore televisivo (e giornalista: molto di più di un semplice intrattenitore), ne uscì minato da una malattia mortale.

Omaggio a Manzoni, in quello stesso anno 1985 (bicentenario della sua nascita), è anche La strega e il capitano. Il libro ricostruisce (nella forma tanta congeniale a Sciascia del racconto-inchiesta), a partire da un passo dei Promessi sposi, la vera storia di Caterina Medici, mandata al rogo dall’Inquisizione per stregoneria.

 

 

Alla predilezione per Manzoni subentrò in Sciascia, nel corso degli anni ’80, quella, ben diversa, per l’opera di Luigi Pirandello. Pirandello mio padre fu il discorso (pronunciato nel cinquantenario della morte di Pirandello) con cui Sciascia riconobbe il debito nei confronti del suo stretto conterraneo al quale si era in passato contrapposto, proprio come i figli ribelli (e più o meno tutti, in gioventù, lo sono) fanno con il padre. Ma negli anni Ottanta era ormai ben diverso il rapporto di Sciascia con la verità, così come quello con una letteratura che, con Pirandello e Borges, egli caricava di inquietudini conoscitive ed esistenziali, di interrogativi epistemologici, di sgomenti metafisici.

La gioia della conoscenza e dell’intelligenza

Ne Il secolo educatore (uno dei suoi Cruciverba), il maestro di Racalmuto scriveva dell’ Encyclopédie come di un’ «utopia», quella del «tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell’intelligenza, dell’armonia delle parti nel tutto».

Sciascia illustrava così alcune fondamentali ragioni della propria scrittura, connesse al ruolo dell’ intellettuale in rapporto alla verità da un lato e, dall’altro, alla società e al potere dei suoi ordinamenti (pur riconoscendo che l’ordine alfabetico scelto da Diderot e D’Alembert non era che «una finzione d’ordine»). In tutta la sua opera Sciascia replicava e, al tempo stesso, negava quelle ragioni, contraddicendo (il potere e le opinioni comuni) e contraddicendosi, facendo deflagrare «una serie di cariche esplosive sotto i pilastri del povero illuminismo» (per dirla con Italo Calvino).

 


Bruno Caruso, litografia

 

Dalla clarté illuministica al caos relativistico

Alla tensione verso l’ ordine sistematico e la progettualità della conoscenza e della prassi, dell’illuminismo, del giacobinismo e della scienza positiva, si contrapponeva, in Sciascia, la tensione verso l’indefinita, relativa e molteplice, caotica, esperienza mediante la quale la ragione esplora i limiti dei sistemi e li contraddice, falsificandoli, per arrivare a nuove sintesi o constatare, invece, inconciliabili antinomie.

Sciascia, dunque, tra l’utopia dell’ Encyclopédie e l’anti-utopia dell’ ironica e asistematica Nuova enciclopedia in cui Alberto Savinio scriveva: «Rinunciamo dunque a un ritorno alla omogeneità delle idee, ossia a un tipo passato di civiltà, e adoperiamoci a far convivere nella maniera meno cruenta le idee più disparate, ivi comprese le idee più disperate». La Nuova Enciclopedia dell’epoca della postmodernità in cui viviamo, che anche Calvino descrisse nelle sue Lezioni americane.

 


Sciascia e Calvino nel 1981

 

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Venticinque anni dopo

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Venticinque anni dopo

 

Ce ne ricorderemo di questo scrittore

Parafrasando la frase di Villiers de l’Isle-Adam che Sciascia volle per epitaffio tombale («Ce ne ricorderemo di questo pianeta»), potremmo dire: «Ce ne ricorderemo, di questo scrittore»; e lo diciamo a venticinque anni dalla sua morte (avvenuta il 20 novembre 1999).

Sciascia non amava il termine “intellettuale”, per ragioni connesse al contesto politico-culturale degli anni ’70 e alla concezione dell’”intellettuale organico” che a lui suscitava un’associazione d’idee (con qualcos’altro di organico) che riassumeva il suo giudizio. Egli era infatti pienamente “disorganico” e fu per questo attaccato da tutti i fronti nelle memorabili polemiche che lo videro protagonista. Sciascia fu uno splendido polemista, dalla lingua tagliente, ironica, affilata come una spada, sia nei suoi scritti giornalistici sia nella sua opera letteraria, che il critico Claude Ambroise riassumeva appunto nell’emblema di Polemos (titolo del suo saggio introduttivo al secondo volume delle Opere).

 

Le polemiche

Vogliamo ricordare qualcuna delle sue memorabili polemiche? Su Il contesto, sul femminismo e il matriarcato, su La scomparsa di Majorana e la responsabilità della scienza, su coraggio e viltà degli intellettuali a proposito del processo alle BR, su L’affaire Moro e il terrorismo, con Berlinguer e Guttuso, su mafia e antimafia, su Gramsci e Grieco.

Per la bibliografia vai a >> Le polemiche di Sciascia

 

L’intellettuale disorganico

Sciascia esplicitò il suo giudizio sull’”intellettuale organico”a partire da Candido, riscrittura del conte philosophique di Voltaire, in cui peraltro egli chiuse i conti con l'illuminista francese, disconoscendone la paternità.

Sciascia davanti alla statua di Voltaire
Sciascia davanti alla statua di Voltaire
(foto di Ferdinando Scianna, da La Sicilia, il suo cuore)

 

Per lungo tempo Sciascia si era invece identificato con un uomo del Settecento che, aspirando alle riforme, dovette fare la Rivoluzione (lo aveva dichiarato sin dalle Parrocchie di Regalpetra, nella descrizione di un paese fermo, appunto, al 13 luglio 1789), come ci ricorda ad esempio Claude Ambroise (A che cosa serve il Settecento in Sciascia?, in Leonardo Sciascia ed il Settecento in Sicilia). E proprio Ambroise, riferendosi a Candido, scrive anche: «I più colpiti, nel libro, sono i comunisti in quanto la storia di Candido è la storia di una liberazione dall’ideologia comunista e dalle altre ideologie [...] che sfocia in una utopia libertaria dell’individuo»; «i comunisti sono stati gli impostori del nostro tempo, perché non hanno mai voluto cambiare la società benché lo dessero chiaramente ad intendere».

Così Ambroise (scomparso nell’estate di questo 2014), curatore della prima edizione delle sue Opere presso l’editore Bompiani, critico preferito da Sciascia. E Andrea Camilleri, nel 2006, in un’intervista, definì Sciascia un «anticomunista». Della stessa idea non è però Emanuele Macaluso, storico leader sindacale e politico del PCI, siciliano e antico conoscente di Sciascia che egli giudica un compagno di strada del PCI (da ultimo nel suo libro, Leonardo Sciascia e i comunisti), sebbene in quasi perenne conflitto col partito che lo fece oggetto di di continui attacchi.

Chi voglia un campionario di questi attacchi non ha che da leggere uno dei tanti articoli, saggi e libri scritti da Valter Vecellio, il giornalista vicino a Sciascia dopo la sua definitiva rottura col PCI e l’avvicinamento al Partito Radicale. Col PR Sciascia divenne deputato e membro della Commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Macaluso va molto più vicino al vero di Camilleri, anche se la verità è semplicemente quella che lo stesso Sciascia espresse citando al riguardo uno scrittore siciliano a lui molto caro, quel Vitaliano Brancati che sosteneva che nella Sicilia ferma al feudo per essere liberali bisognava essere almeno comunisti. Questo, in fondo, aveva scritto Sciascia all’inizio delle Parrocchie di Regalpetra.

Lotta contro l’impostura per la verità

Tutta l’opera di Sciascia si fonda sulla lotta contro l’impostura, in nome di una verità irraggiungibile o in quanto imposturata o in quanto considerata intrinsecamente tale (anche a causa del crescente influsso pirandelliano); e si fonda sulla lotta contro il dogmatismo (anche quello di un antidogmatismo che escluda, dogmaticamente, l’ esistenza di qualsiasi verità). “Contraddisse e si contraddisse” è la frase che occorrerebbe apporre in epigrafe alla sua vita (così come egli aveva dapprima pensato di fare) e alla sua opera.


Bruno Caruso, Leonardo Sciascia incontra a Roma Pirandello e Stendhal

 

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Scaffale didattico

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Scaffale didattico

 

I primi contributi che proponiamo sono tre percorsi didattici realizzati dall’Adi-sd e aventi per tema generale L’enciclopedia di Leonardo Sciascia e per temi specifici:

  1. “Tra ordine e caso. Dall’Encyclopédie alla Nuova enciclopedia di Savinio”;
  2. “Tra Manzoni e Pirandello”;
  3. Majorana e oltre: i limiti della ricerca e delle applicazioni scientifiche

Il terzo, più strutturato e analitico percorso, costruito attorno alla lettura de La scomparsa di Majorana, è a cura della prof.ssa Francesca Vennarucci ed è tratto dall’antologia da lei curata con L. Crosio, S. Di Bucci, F. Kock, IDEA. Antologia per il biennio, Firenze, Sansoni per la scuola, 2008.

Esso si articola in

3a. Bibliografia ragionata sul rapporto tra letteratura e scienza

3b. Invito alla lettura de La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia

3c. Copenaghen(la pièce teatrale di Michael Frayn sul misterioso incontro tra Werner Heisenberg, il più prestigioso fisico tedesco, e il suo antico maestro, Niels Bohr nel settembre del 1941, in piena occupazione nazista della Danimarca).

3d. Vita di Galileo di Bertolt Brecht

 

Pubblichiamo le Indicazioni bibliografiche utili per la realizzazione di percorsi didattici realizzate da Pietro Milone in occasione del ciclo d’incontri organizzato dagli Amici di Sciascia e dall’ADI.SD, svoltosi presso il liceo Visconti di Roma e dedicato a “L’enciclopedia di Leonardo Sciascia. Caos, ordine e caso” (i cui atti sono stati pubblicati, con lo stesso titolo, da La Vita Felice).

La bibliografia, suddivisa in una parte generale e in una relativa ai quattro specifici temi oggetto degli incontri (i tre sopra indicati eIl PCI: le ragioni di un incontro e di un lungo addio), si ferma al 2006. Può essere integrata con le indicazioni sparse nelle pagine del nostro dossier e dello scaffale critico della Biblioteca virtuale. Sarà integrata, speriamo, in queste stesse pagine, con un aggiornamento bibliografico su edizioni, studi e saggi critici degli ultimi anni.

La scuola e Sciascia

IL MAESTRO DI REGALPETRA

La scuola e Sciascia

 

Da qualche anno a questa parte la Fondazione Leonardo Sciascia, a Racalmuto, organizza convegni e incontri sulle opere dello scrittore con le scuole della provincia di Agrigento. Si tratta di un’iniziativa che si spera possa in futuro estendersi alle scuole di tutta Italia, così come per tanti anni è avvenuto, ad Agrigento, con i convegni del Centro Nazionale di Studi Pirandelliani.

Anche l’Associazione Amici di Leonardo Sciascia organizza annuali convegni ai quali, spesso, assistono le scuole delle città di volta in volta interessate.

Nei siti web della Fondazione e degli Amici (e nelle loro pubblicazioni) gli studenti, come i docenti, e come i lettori tutti, possono trovare una gran quantità di notizie e materiali informativi utili:

http://www.fondazioneleonardosciascia.it/

http://www.amicisciascia.it/

 

 
La Fondazione Leonardo Sciascia a Racalmuto (foto Pietro Tulumello)

 

A Roma non sono mancate iniziative promosse o ospitate da scuole: il 4 e 5 maggio 2000, col patrocinio della Provincia, il liceo Augusto organizzò un importante convegno.

Nel 2006 il liceo Visconti ospitò una serie d’incontri organizzati dagli Amici di Leonardo Sciascia e dall’Associazione degli Italianisti-Sezione didattica.

Il 20 novembre 2014, in occasione del 25° anniversario della morte di Leonardo Sciascia, l’ITCG “Carlo Matteucci” organizza l’incontro intitolato A futura memoria: ricordo di Leonardo Sciascia. E a partire da quest’occasione inizia una serie di iniziative che saranno via testimoniate arricchendo le pagine web che state leggendo sul Maestro di Regalpetra.

 

Al di là delle nuove iniziative previste per il 2015, il sito-dossier Il Maestro di Regalpetra si arricchirà sempre più nelle sue pagine di Biblioteca virtuale: uno strumento che speriamo divenga una risorsa importante per la conoscenza di Sciascia e la ricerca di studenti e di tutti i navigatori del web interessati.

 

 

La scuola e l’enciclopedia di Leonardo Sciascia

IL MAESTRO DI REGALPETRA

La scuola e l’enciclopedia di Leonardo Sciascia

L’enciclopedia…

 Non a caso gli organizzatori e il curatore di un ciclo d’incontri dedicati, nel 2006, a Sciascia e al tema Caos, ordine e caso, diedero ad essi, più generalmente, il titolo di L’enciclopedia di Leonardo Sciascia. Quel ciclo fu il primo e l’ultimo anche perché, venuto poi a mancare il sostegno richiesto a sponsor e patrocinatori (a partire dall’Assessorato alle Politiche culturali del Comune di Roma), non fu sufficiente il «tenace concetto» ( a dirla con Sciascia) di qualche individuo. Se altri cicli fossero invece seguiti, si sarebbe dispiegato quell’aspetto enciclopedico di cui stiamo parlando e che già in quegli incontri investiva la letteratura, la politica, la scienza.

A chi frequenti convegni, dibattiti e ogni altra iniziativa dedicata allo scrittore siciliano, capiterà ben presto di accorgersi che coloro che leggono Sciascia appartengono alle più diverse categorie sociali, alle professioni e alle arti più diverse. Il dato, interpretato al di là della sua lapalissiana ovvietà, e rapportato al fatto che la stessa varietà si ritrova tra coloro che scrivono di Sciascia, ha un significato la cui importanza non va sottaciuta. A scrivere di Sciascia, a proclamare pubblicamente la loro simpatia, stima e affezione, talora assoluta, insomma ad essere fan di Sciascia (esiste al riguardo, appunto, un’associazione di Amici di Sciascia), sono magistrati, avvocati, professori, critici, pittori, fotografi, registi, attori, giornalisti, politici, storici, fisici ecc. ecc.

Leonardo Sciascia ha attraversato, con le sue opere e le sue polemiche, quasi tutti i campi della conoscenza e dell’espressione artistica e della vita della società del suo tempo e del passato. E in tutti ha lasciato il suo segno, la sua testimonianza di giustizia e verità e, dunque, il suo affettuoso ricordo che si tramanda da chi personalmente lo conobbe a chi ancora oggi può conoscerlo attraverso le sue opere.

 

Nello studio della sua casa a Palermo, nel 1973 (foto Ferdinando Scianna)

 

di un siciliano europeo

 Scrivi del tuo villaggio e sarai universale, diceva già Lev Tolstoj. Così anche per Sciascia, che partendo dalla sua Sicilia «decolla [poi] verso spazi vertiginosi», come Sciascia, nel 1986, diceva di Pirandello che egli aveva inizialmente letto, viceversa, nella troppo esclusiva chiave della sicilianità.

La fama di Sciascia, sia pur non comparabile a quella di Pirandello, uno degli autori italiani più noti al mondo, è di portata internazionale e le traduzioni delle sue opere all’estero ne costituiscono un attendibile metro per una misurazione effettuabile grazie alla bibliografia dell’olandese Frans Denissen che, nel 2009, ne elencava oltre 300. Al primo posto le francesi, al secondo le spagnole, e poi, più o meno ex aequo le traduzioni in tedesco e in inglese (una ventina a testa), infine l’olandese. Bisognerebbe aggiungere poi quelle nelle altre lingue, che non mancano.

 Che la Francia sia al primo posto e che in francese sia disponibili i tre volumi di Oeuvres complétes ( a cura dell’italianisant Mario Fusco), non sorprende. Sciascia in Francia è un autore di culto.

A Parigi, alla fine degli anni Settanta, Sciascia era di casa (tanto che meditò anche di trasferirvisi) e, secondo la testimonianza di Matteo Collura, era trattato nelle case editrici come uno scrittore francese, che scriveva in italiano ma pensava francese. Non poche e importanti interviste (inclusa quella, che divenne un libro: La Sicilia come metafora, di Marcelle Padovani, giornalista de «Le Nouvel Observateur») uscirono prima in Francia che in Italia.

 

 

A Parigi si concludeva l’utopia libertaria di Candido, scritto in quegli stessi anni: nell’ evasione da Girgenti, Sicilia, Italia; nella libertà finale che i protagonisti Candido e Francesca trovano in quella città, meta conclusiva dei loro viaggi, in cui vivono «sciolti e liberi» per «un fatto mentale, un fatto letterario […]. [Parigi] Era una grande città piena di miti letterari, libertari e afrodisiaci che sconfinano l’uno nell’altro e si fondono».

Della Francia, di Parigi, della storia e del cinema francesi è piena tutta l’opera di Sciascia. Piena, altresì, ovviamente, di letteratura francese: di Montaigne, Diderot, Voltaire e dell’ «adorabile Stendhal».

Ma l’opera di Sciascia, siciliano europeo, è altresì legata alla Spagna del suo Ore di Spagna, di Cervantes, di Unamuno, della guerra civile (e degli autori che la narrarono), dei poeti della generazione del ’27: da Lorca a Salinas, Guillén, Cernuda. Ed è legata anche alla Svizzera (in cui ebbe non poche collaborazioni) di Dürrenmatt.

 

 Interdisciplinarità e multidisciplinarità di un approccio critico e didattico a Sciascia

Agli studenti cacciatori di tesine e percorsi multidisciplinari, specie se in tempi di esami, ma certo non solo a loro: a tutti gli studenti e a tutti i docenti, Sciascia offre possibilità di un’approccio vario, articolato e complesso che unisce la letteratura alla cultura e alle arti, alla storia e all’attualità della società e della politica del mondo in cui viviamo (purtroppo, bisognerebbe aggiungere, a proposito di questa perdurante attualità dell’Italia che a Sciascia “doleva”: l’Italia della mafia e dei misteri negli anni delle stragi e del terrorismo, l’Italia del conformismo e del “particulare” guicciardiniano, del «sistema di don Abbondio», del machiavellismo e trasformismo).

                                                                               

Da questa e dalle altre pagine che abbiamo dedicato al Maestro di Regalpetra, è del tutto evidente, per i temi e le prospettive dell’opera sciasciana, il coinvolgimento possibile di tante e tante delle cosiddette “materie scolastiche”. A partire dall’italiano, ovviamente. Ma se, come abbiamo visto, l’italiano è il ragionare (per Sciascia, come per il suo professor Franzò in Una storia semplice), ciò vale anche per tutti i docenti che, nelle loro materie, non vogliano solamente addestrare ma produrre capacità critica di rielaborazione delle conoscenze e, con la critica, cittadini consapevoli, attivi, responsabili.

Dalla letteratura italiana alla storia e alla filosofia, alla lingua e letteratura francese e spagnola, al diritto, alla fisica (o almeno, alla storia della fisica) molti sono i percorsi possibili nell’enciclopedia di Leonardo Sciascia.

Non esclusa quella storia dell’arte di cui poco abbiamo parlato sin qui, ma che ebbe tanta parte nella vita e nell’opera di Sciascia. Nella vita: le amicizie con Guttuso e Caruso, lo Sciascia amateur d’estampes, collezionista, autore di testi per cartelle di grafica, mostre e cataloghi di incisori, pittori, fotografi. Nell’opera: nella scelta delle copertine dei propri libri che hanno spesso una precisa funzione paratestuale, come mostrano due esempi su tutti: Todo modo e Il cavaliere e la morte.

 

  

Todo modo ha in copertina il Sant’Antonio abate tentato dal diavolo del secentesco Rutilio Manetti (un diavolo con gli occhiali di cui per primo scrisse il pittore Fabrizio Clerici e ha scritto, recentemente, Salvatore Silvano Nigro).

Il cavaliere e la morte ha in copertina l’incisione di Dürer (dal titolo quasi uguale: Il cavaliere, la morte e il diavolo) che tanta importanza ha in quel racconto. Dell’incisione di Dürer scrisse Nietzsche nella Nascita della tragedia: «Un tale cavaliere fu il nostro Schopenhauer; gli mancò ogni speranza, ma volle la verità. Non esiste il suo pari».

P.S. Dall’elenco delle materie scolastiche va esclusa l’educazione fisica? Lasciamo la risposta a uno scherzoso disegno del Maestro Bruno Caruso.

 

 

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Sciascia, la scuola, la letteratura e l’identità italiana

IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola, la letteratura e l’identità italiana

 

«Non faccio nulla senza gioia» è una frase di Montaigne che Sciascia citava spesso. La troviamo anche ne Il secolo educatore, il breve saggio sulla cultura settecentesca (in Cruciverba), a proposito di Diderot, considerato «la chiave del secolo» per avere inventato «una professione: la più libera che si potesse immaginare», quella dell’intellettuale, da cui è venuta l’ Enciclopedia, che «è appunto il tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell’intelligenza».

 Negli anni Ottanta, Sciascia superò il suo precedente illuminismo. Alla giornalista che gli chiedeva: «Non è un illuminista?», Sciascia rispondeva «No, tutto il contrario» (Ma Sciascia non gradisce i panni di Voltaire, “La Repubblica”, 10 settembre 1980).

L’assunzione delle forme di esistenza e conoscenza pirandelliane (quelle del paradosso, dell’assoluto relativo e dell’identità dei contrari) porta Sciascia a concepire la letteratura, oltre che sul piano etico-politico, anche e soprattutto su quello conoscitivo, come un radicale scarto della conoscenza, ovverosia come «sistema di tangenti sulla curva dell’oscuro» (secondo la formula di Borgese). Persiste però, e anzi è appunto potenziato (gnoseologicamente e ontologicamente, direbbero i filosofi), il ruolo educativo della letteratura, poiché «nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende» (scriveva Sciascia in La strega e il capitano e in Porte aperte, citando Brancati).

Sciascia testimoniava questa sua sempre più manifesta religione delle lettere scrivendo, in Nero su nero, che «la letteratura è la più assoluta forma che la verità possa assumere» e che Borges «ha fatto confluire la teologia nell’estetica».

La visione metafisica della letteratura convive in Sciascia, negli anni Ottanta, con una visione realistica e civile della storia della letteratura come contro-storia d’Italia scritta dai suoi intellettuali disorganici. A partire dal Dante esiliato e passando per Manzoni, disorganico al cattolicesimo italiano (nella sua molto personale e significativa lettura dei Promessi sposi attraverso la figura di don Abbondio, lettura che richiederebbe un approfondimento a parte), e per De Roberto e il Pirandello accademico dell’Italia fascista ma disorganico al fascismo. Per finire, magari, con l’amato Borgese che, scrivendo Rubè, si era salvato rifugiandosi nella terra quasi di nessuno di quegli scrittori e di quella certa letteratura italiana di cui Sciascia scriveva in Cruciverba:

«In quella terra quasi di nessuno (o di qualcuno), in quell’esile striscia di territorio intellettuale e morale in cui – come sulla luna il senno di Astolfo e di tutti gli uomini che l’hanno perduto – sta il senno e il senso della storia d’Italia. Di una storia non realizzata, tralignata, impedita; ma che pure esiste, se negli italiani migliori sempre trova testimonianza e altissima l’ha trovata in Dante e in Manzoni. In quella terra quasi di nessuno si ritrova tutto ciò che nella pratica italiana, nel farsi della storia italiana, è stato ridotto a puro nominalismo, a vana retorica, a fittizia conflittualità, da un machiavellismo endemico e a momenti epidemico: vi si ritrova il cristianesimo nella sua essenzialità, il cattolicesimo nelle sue vene più limpide anche se tenui, il diritto più certo, l’aspirazione alla giustizia più fervida, gli ideali del Risorgimento più veri».

 

Questa concezione della letteratura, che la lega alla storia della nazione, che ne fa una sorta di “autobiografia della nazione”, risale ai tempi in cui i ministri della pubblica istruzione si chiamavano Francesco De Sanctis o Benedetto Croce. Tempi lontani in cui però si fonda, come in tutta la storia della nostra letteratura, la nostra identità di italiani. La letteratura è la memoria di questa nostra identità.

Più d’uno ha considerato e considererà, a torto, sorpassata questa concezione, anche se la crisi economica degli ultimi anni sta avendo forse almeno un unico benefico effetto: spingere, viceversa, la nostra società a riscoprire e valorizzare (anche economicamente), il nostro patrimonio di storia e bellezze naturali e artistiche (o quello che ne rimane).

E più d’uno, legato allo spirito d’avanguardia del Novecento o a un’antecedente estetica dell’ art pour l’art, considererà con qualche sufficienza un autore dichiaratamente non letterario e popolare come Sciascia. Valga per questi ultimi un passo di Charles Baudelaire che un critico desanctisiano come Carlo Muscetta citava a conclusione dell’introduzione alla sua traduzione de Les fleurs du mal:

 

«La passione frenetica dell’arte è un cancro che divora il resto; e poiché la netta assenza del giusto e del vero in arte equivale all’assenza dell’arte, l’uomo intero se ne va; la specializzazione eccessiva d’una facoltà finisce nel nulla […]».

 In queste parole di Baudelaire, uno dei sommi autori della letteratura mondiale di tutti i tempi, Muscetta leggeva «un memorabile monito agli epigoni del decadentismo» ribadendo, in definitiva, la concezione desanctisiana che legava l’arte alla vita morale.

 

 

Un esempio d’ironia: l’italiano a scuola e la società italiana

L’esempio è in una pagina di Una storia semplice in cui il professor Franzò incontra il magistrato inquirente, suo ex alunno, che deve raccogliere la sua testimonianza nelle indagini che sta compiendo in un caso di mafia e di droga. Leggiamola:

 Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».

«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.

«Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».

«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.

«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».

«Come allora» disse il professore.

«Ma ormai…»

«No».

«Ma si ricorda di me?».

«Certo che mi ricordo».

«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».

«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».

Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».

«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.


Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino (foto Giuseppe Leone)

 

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